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29 ottobre

“WILHELM MEISTER – GLI ANNI DI APPRENDISTATO” DI JOHANN WOLFGANG GOETHE

 

“Conosci tu il paese dove fioriscono i limoni?

Brillano tra foglie cupe le arance d’oro,

una brezza lieve dal cielo azzurro spira,

immobile il mirto, alto è l’alloro!

Lo conosci tu? Laggiù, laggiù

con te vorrei andare, amato mio!”

 

Che vi credete, qui in Calle Maipù talvolta soffia il vento della vera cultura!

 

Erano anni che io e questo romanzo (precedente di qualche lustro la vera età del romanzo) ci incontravamo al parco annusandoci, con un misto di attrazione e diffidenza che non esito a ritenere reciproci: i classici, spesso, ti studiano per vedere se sei alla loro altezza, magari ti respingono per anni e poi, quando sanno (i classici lo sanno) che è venuto il momento, ti seducono con una nuova edizione, una copertina accattivante, un saggio del tuo scrittore preferito del liceo ad accompagnarli come introduzione; e tu cadi.

 

Negli Anni di apprendistato si cade, è un libro scivoloso e lucente come il marmo, e del pari venato di colori e riflessi che un’arte ha disseminato simulando perfettamente la casualità: in apparenza, si segue una narrazione sbilanciata, immatura, appesantita da equivoci e digressioni che a un Tolstoj non sarebbero mai sfuggiti; e intanto, ci si avviluppa nell’inganno insieme all’ingenuo Meister (borghese che fa finta per tutta la giovinezza di essere un poeta) tanto a fondo che la soluzione delle illusioni ci delude quasi, piuttosto che sollevarci.

 

Questo libro, in effetti, ribalta la tradizionale concezione dell’arte in ciò: la catarsi non è prodotta dall’esito delle vicende (che, anzi, potrebbero ricominciare subito come in un tempo ciclico), ma quasi squadernata lungo tutto il racconto; come nella descrizione di un palazzo, si può dire...

 

“E certo, se noi potessimo descrivere come tutto era felicemente distribuito, come grazie all’accordo o al contrasto, all’unità o alla varietà dei colori tutto sembrasse collocato al posto giusto e apparisse quale doveva essere e non altrimenti, tanto da produrre un effetto di chiara perfezione, trasporteremmo il lettore in un luogo dal quale non amerebbe allontanarsi tanto presto.”

 

La citazione architettonica è troppo lunga, ma giustificata: gli Anni di apprendistato sono imperniati su un’etica massonica, che solo verso la fine si svela nella fin troppo trasparente allegoria della Confraternita della Torre, che ha nascostamente guidato i passi del protagonista senza forzare mai le sue decisioni, ma offrendogli ripetute opportunità di trarre insegnamenti dai casi della sua avventura (un secolo dopo, Hofmannsthal riprenderà questo tema con grande eleganza in Andrea o i ricongiunti).

 

Eppure, il romanzo non è ideologico, e la sua moralità (per contrasto con quella aspra e saccente rappresentata dai Fratelli Moravi) emerge dai fatti e dall’arte come in una quieta meditazione fra amici, in mezzo a motti di spirito e aforismi degni di quella che fu definita “l’età della conversazione”, come questo:

 

“Le lunghe riflessioni dimostrano generalmente che non si ha ben chiaro l’argomento di cui si parla, le azioni affrettate che lo si ignora del tutto.”

 

O a definizioni salaci come questa:

 

“Quando amava non era amabile, e questa è la peggiore disgrazia che possa capitare a una donna.”

 

Leggere gli Anni di apprendistato è un’esperienza che riconcilia con la narrativa e col mondo, è l’anticorpo che ciascuno dovrebbe coltivare in sé per mangiare Musil e Joyce crudi senza conseguenze: si assiste a una letteratura che riflette su se stessa senza ripiegamenti, basata su una visione del mondo ancora classica e perciò fiduciosa nella propria funzione; una funzione, ovviamente, non sociale, ma esercitata sul lettore come individuo sempre presente a se stesso.

 

Goethe, lo sappiamo dalla Teoria dei colori ma anche dalle Affinità elettive, era fermamente convinto dell’esistenza delle qualità, viveva in un mondo popolato di esseri reali e ben distinti l’uno dall’altro per forme, spazio e tempo (così distanti dagli uomini-atomo della letteratura di oggi, coinvolti in moti browniani e indefiniti nelle loro caratteristiche come i personaggi di Houellebecq); statue viventi, animate dall’interno per l’eudemonismo di una natura piena di spiriti.

 

Nelle sue opere della maturità, questa specie perduta di uomini ci si mostra: noi, immersi nel “regno della quantità” e soggetti di nuovo, come nella preistoria, a cieche forze fatali, non possiamo eludere una certa nostalgia nel contemplare queste forme veramente classiche e le loro vite piene di senso; così l’“effetto di chiara perfezione” si tinge appena un poco di melanconia.

04 ottobre

MELENCHOLIA, IV

 

“Così come avevano preteso senza nutrire fiducia, ricevettero senza riconoscenza.”

 

E’ notorio, caro Avvocato, che l’apprendimento della metafisica si realizza per sottrazione di conoscenza e non per somma. Calle Maipù incrocia una via sommessa e pomeridiana. La chiamerò Avenida de las Estrellas, per dare almeno l’illusione di uno sfondo, di un caffè. Ondivago, l’occhio la percorre nei due sensi. Fra due catene non interrotte di auto parcheggiate senz’amore. L’occhio, che segue il suo Tao mentre il pensiero mastica secche equazioni, reagisce alle forme in movimento. Due ragazzi dall’aria cenciosa (che sarebbero cenciosi anche in gessato, a tal segno la miseria è cosa dell’anima) giocano a stracciare un giornale. L’Ossezia vola via, lascia crescere il lievito dei giorni occidentali e torna nel suo regno di immagini. Nei libri di viaggio, nei fumetti di Hugo Pratt. L’Ossezia (o forse la diffidenza della Borsa di New York, o il suicidio di un adolescente) si accartoccia in aria senza rumore. Sfuggita a un bombardamento di aquiloni contro la Vedova Chin, l’Ossezia (o forse i roghi di immondizia, o l’eterna incomprensione spirituale fra calciatori e allenatori) s’impiglia in un cancello di Avenida de las Estrellas, e lì rimane per una mezz’ora. E’ realismo magico questo, che una luce appena più liquida collocherebbe inequivocabilmente in un romanzo colombiano. E una appena più sgranata e fredda in un film americano melanconico come un disegno di Dürer. Il suicidio come atto estremo di discrezione, come una forma definitiva di cortesia? Questo mi suggerisce la mia Via Secca, Avvocato. Ma a Lei piace invece rovistare nelle fecce dell’Opera e ricuocere la cena di ieri come il pranzo di oggi. Certamente apprezzerebbe il lasciarsi scivolare nella miseria. Uscire di scena ubriaco fradicio in un porto, come il Grande Visionario Americano. Ma fata volentes ducunt, nolentes trahunt. Le nostre uscite dal mondo non sono che grammatica, punteggiatura persino. Perché proprio la nostra generazione (una generazione di ingrati, come ripetono instancabilmente gli eroi del Maggio, le mummie dei partigiani, i bidelli integralisti, i gazzettieri dalla schiena dritta) si è votata alla magia? Pura magia è la tecnica. Una frenetica consultazione di oracoli. E magico è il tentativo di risolvere la realtà ripetendola e raffigurandola. Tutti nei nostri cerchi, tre volte confinati, tre volte maledetti, tre volte condannati. Faust con le pagine gialle degli spiriti, che segue col dito umettato la lista dei nomi. Abaddon, Agatodaimon, Astarotte... Pinocchio crocifisso all’albero degli zecchini, che alla fine dice “scusate, e grazie” e ritorna di legno. In Avenida de las Estrellas il passare si fa più intenso e variamente motivato. Un reparto di giovani femmine, plasmate dalla natura per il meretricio sui gradini del Tempio, svolta in cerca di una merceria. Vogliono comprare dei ferri da calza. Generazione di ingrati. Questo di tanta speme vi abbiamo lasciato. Questo segue, crudelmente, alle vostre barricate e alla fiera modificazione del mondo a base di barolo e canne. Infanti potenti e puttane mancate che fanno la calza. Una madre ride alla domanda della sua bambina. “Mamma, a che serve questa strada?”