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31 dicembre IL VECCHIO ANNO“Saturno è oro inverso.”
Nelle raffigurazioni tradizionali (dai cicli parietali del Rinascimento alle feste di paese) il Vecchio Anno è invariabilmente rappresentato da una macilenta figura maschile, miseramente vestita, arcigna e gracile, che tuttavia non ispira pietà bensì derisione e di solito finisce per esser bruciata o presa a calci: come un tiranno finalmente spodestato, appeso a testa in giù e alla mercé di quanti ancora ieri erano suoi sudditi fedeli e adoranti.
Molto simile è l’iconografia (soprattutto cinquecentesca) di Saturno, pianeta o dio, che appare come un vecchio canuto e maligno, nudo, con gadgets poco rassicuranti quali la falce e la clessidra: Saturno, ci racconta il mito, aveva la deprecabile abitudine di mangiarsi i figli perché aveva sentito dire che uno di essi lo avrebbe detronizzato (come infatti accadde con Giove).
Se poi rammentiamo che Saturno in greco si chiama Crono, il gioco è fatto.
Insomma, la parentela fra le due figure allegoriche è stretta: Saturno è il passato che rilutta ad arrendersi al futuro, vuole tenere il mondo sotto il suo giogo anche se non ne ha più la forza, è il signore di un’Età dell’Oro che per carità, i treni arrivavano in orario, ma ormai è definitivamente passata di moda e non si capisce come quel vecchio pazzo non si adegui.
La parola “Oro” è ovviamente magica e portatrice di tanti significati: in Alchimia, Saturno è associato al Piombo, materia oscura e pesante per antonomasia, l’opposto esatto dell’Oro lucente, volatile e spirituale, epperò è il pianeta-dio-elemento dei santi e dei poeti, cioè degli uomini dominati dalla melanconia e che vivono con una gamba nel regno dello Spirito (se avessi capito come si caricano le immagini, qui ci metterei l’incisione Melencolia I di Dürer, andatevela a cercare).
Per questo si dice che Saturno (o il Piombo) è “Oro inverso” come spiega Della Riviera:
“Hora cotal Piombo, e Saturno, è detto Padre de gli altri Dei, cioè de gli altri magici Metalli; conciosiacosa ch’eglino in principio sono tutti entro di lui celati: ma nella fabrica del magico Mondo escono in luce.”
(sì, “conciosiacosa”...)
Allo stesso modo, il futuro è sempre in gestazione nel grembo del passato, e appena diventa passato a sua volta, lento e greve come il Piombo, rimpiange la sua ingratitudine di neonato con la fascia “2008”: come quando uno dice “Ho trent’anni” intendendo in realtà che non li ha più.
Dunque, non prendetevela col Vecchio Anno, e siate cauti nel benedire e incensare il Nuovo, se non altro per una questione di buon gusto: e stasera, fra i molti brindisi, fatene uno al melanconico Saturno.
P.S. Qui in Calle Maipù gli anni durano sempre un poco più a lungo, oggi infatti è il 28 undicembre; ma questa non è una buona ragione per farvi mancare i miei più festosi auguri di Buon Anno.
Yanez HERRERA SUAREZ, ADDETTO ALLO SCORRERE DEL TEMPO"Questo ci ha fatto passare il tempo." "Sarebbe passato in ogni caso." "Sì, ma non così rapidamente."
Il tempo passa per tutti, dicono. Intanto, però, sono sempre i soliti a farne le spese. Per esempio un tipo che conoscevo, Ramòn Herrera Suarez. Erano tempi duri, c’era appena stata la crisi del ‘29, e anche il 40 barrato non passava più con la frequenza di prima. A complicare il tutto c’era il proibizionismo: mi ricordo che in una sola settimana proibirono di farsi la barba dal basso verso l’alto, di inzuppare i biscotti, di attaccare foglietti di carta alle ruote delle biciclette per imitare il rumore delle moto e di applicare sulle moto dei campanelli per imitare il rumore delle bici. Ognuno si arrangiava come poteva: Herrera Suarez, che non faceva eccezione, si inventò un lavoro come Addetto allo Scorrere del Tempo. Lui, be’, semplicemente controllava che il tempo fluisse regolarmente. La cosa non gli fruttava molto all’inizio, anche perché non voleva approfittare di certe occasioni un po’ equivoche: mi ricordo che una famosa ballerina, che aveva una paura dannata di invecchiare, gli chiese di chiudere un occhio per quanto la riguardava, ma Herrera Suarez le rispose tutto serio che non se ne parlava. Persino il famoso gaucho Pedrito Carnazza bussò alla sua porta, chiedendogli se si potevano accorciare un po’ i suoi vent’anni di galera, ma niente. Era inflessibile. Se ne stava lì e non si lasciava scappare nemmeno un minuto: una volta mi disse, “Sto ancora aspettando di perdere il mio primo secondo. Il primo secondo, capito?” Gli sembrava molto divertente. Chi aveva perso del tempo poteva ritrovarlo, chi rimpiangeva i vecchi tempi poteva ammirarne una collezione impressionante nel suo archivio, chi voleva dar tempo al tempo doveva semplicemente depositarlo da lui. Dal suo ufficio passava tutto il tempo del mondo. A poco a poco diventò un’ossessione: uno gli disse una volta, “Non ci sono più le mezze stagioni”, e Herrera Suarez corse a controllare sui suoi registri se aveva fatto partire in orario la primavera e l’autunno. Quando si seppe che il governo aveva deciso di nazionalizzare il tempo, dapprima Herrera Suarez pensò soddisfatto che finalmente (finalmente si fa per dire, la cosa avveniva esattamente al momento previsto!) il suo lavoro sarebbe stato apprezzato e ricompensato come meritava. Ma doveva disilludersi: fu accusato di essersi illecitamente appropriato di un bene dello Stato, e fu condannato a risarcire la comunità restituendo tutto il tempo che aveva accumulato. Fu nell’anno 2560, se ben ricordo…
(raccontino riciclato, sono in precocissima crisi creativa...) 29 dicembre CONSTATAZIONE INQUIETANTE"Nessun uomo è un'isola."
La dicitura qui a sinistra "L'elenco degli amici è vuoto" non è molto allegra. PRESENTAZIONE“Tra breve sarò tutti.”
Calle Maipù 994, a Buenos Aires, fu, più a lungo di ogni altro, l’indirizzo di Jorge Luis Borges, lo scrittore. Aver dato al mio blog questo nome è una duplice menzogna: in primo luogo, perché io non sono Borges; in secondo luogo, perché questa non è una casa (un posto fatto per me, dove stare), bensì una specie di bottega (un posto fatto per gli altri, dove raccogliere cose che propongo ad altri). Ma anche Borges mentiva spesso, come tutti gli scrittori. Fra le sue bugie più vere e profonde c’è l’idea che l’esistenza individuale è un’illusione, che siamo mere increspature sulla superficie di un tutto fluente come un fiume implicito, parole provvisorie di un libro magico mai finito: quindi, dopotutto io sono Borges. In comune con Borges, purtroppo, non ho il talento letterario, l’arguzia, la cultura immensa. Ho però altre cose: vivo in una terra che è stata a lungo dominata dagli spagnoli e che vanta una ricca tradizione nei campi del banditismo e del crimine; sono un lettore bulimico, con la tendenza a conoscere il mondo più sulle pagine dei libri che per visione diretta; sono sedotto dalla metafisica che spesso considero un’opera di fantasia, e dalle religioni antiche ma anche antichissime; sono un conservatore, amante della libertà e piuttosto spaventato dall’eguaglianza e dalla fratellanza; provengo da una famiglia che include un buon numero di militari, ma sono figlio di due intellettuali e sono cresciuto in una grande casa piena di libri; ammiro in chiunque l’ironia e il distacco; mi compiaccio spesso in citazioni, non sempre da opere realmente esistenti (come diceva Samuel Johnson nelle “Osservazioni sui costumi dei selvaggi delle Isole Felici”). E basta, mi pare. Per mestiere mi occupo di numeri e delle molte cose da essi derivate (principalmente altri numeri, più grandi), e nel tempo libero faccio cose libere, fra cui, da ora in poi, la compilazione di queste pagine che certamente sono già presenti nella Biblioteca di Babele.
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