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23 febbraio CONVERSAZIONE A SEI
“La Regina Rossa scosse il capo: ‘Chiamalo pure controsenso se ti va,’ disse, ‘ma io ho sentito dei controsensi in confronto ai quali questo ti sembrerebbe sensato come un dizionario!’”
Per ritemprarmi dal travaglio d’una lieve infermità, ho invitato in Calle Maipù alcuni amici e alcuni estranei per conversare insieme.
Ho invitato Borges, lo scrittore, perché molto ammiro la sua saggezza: egli, essendo quasi cieco come il cane Argo, gettato sullo sterco, ha insistito per essere accompagnato dal suo amico Bioy Casares; il che produce in me imbarazzo, perché egli odia gli specchi e la mia modesta casa in Calle Maipù ne è piena.
Ho invitato il filosofo Porfirio, ma non verrà: stasera cena all’Antro delle Ninfe, e noi non lo biasimiamo.
Ho invitato due dèi: l’Onnipotente Geova (che essendo ovunque sarà presente fra noi senza che ciò gli costi fatica) e l’ambiguo Loki, fratello di sangue di Odino grazie all’inganno.
“Sono confuso”, ha esordito Bioy Casares, “non so se comportarmi come una persona reale o come un personaggio di Borges.”
Gli ho fatto presente, con la massima cortesia, che stasera sono entrambi personaggi miei.
Borges non ha detto niente, sembrava assorto in ricordi vecchissimi.
Ho sistemato un paravento dove suppongo che sieda Geova, e un lieve lucore si è subito manifestato dietro a esso.
Loki ha chiesto dell’idromele caldo, ma io non ne avevo; ha dichiarato che si sarebbe accontentato del latte di capra, e anche questo non è stato facile da trovare.
“Le avevo chiesto di coprire gli specchi, signore: essi sono abominevoli in quanto, come la copula, moltiplicano gli uomini”, ha protestato Bioy Casares.
Prima che potessi fare le mie scuse, Loki dei Ghiacci è intervenuto come se volesse raccontare una storiella:
“Sapete, la maggior parte degli Aesir non aveva capito che vi è un legame fra la copula e la nascita dei figli finché io non spiegai loro la faccenda, recitando con grande trasporto le parti dell’uomo, della donna e del marmocchio: Heimdallr fu tanto entusiasta dell’idea, che partì per Midgard e si unì a una serva, a una donna libera e a una nobile, generando le tre stirpi degli uomini.”
“Io l’avevo capito da tempo che gli dèi sono pazzi,” disse Borges.
“No, quello l’ha capito prima Lovecraft,” osò commentare Bioy Casares (reso ardito dal fatto che il maestro dipendeva da lui per tornare a casa).
“In effetti, gli dèi più vecchi nascevano dal fuoco, dal ghiaccio e dallo sputo dei giganti,” ammise Loki, “quindi per loro una certa confusione era normale.”
“No,” corresse Borges, con voce cavernosa: “gli dèi di Lovecraft sono idioti, sono come grandi bestie che continuamente producono e consumano immagini; gli dèi come il signore qui presente (che ebbi già il privilegio di incontrare nel ’60, allorché radunai alcuni dèi per un piccolo Ragnarok in prosa), invece, offrirono la loro follia per dare ordine al mondo...”
“Nulla di più lontano dalle mie intenzioni!” si lamentò Loki, la Madre di Sleipnir: “Io avevo grande nostalgia del caos, e sempre ho cercato di restaurarlo!”
“Eppure, caro signore, nessuno più di lei ha contribuito a unire le potenze della luce contro la minaccia di nuove tenebre.”
“Ma se dove vivo io le tenebre avvolgono il mondo per sei mesi di seguito ogni anno! Non sei che un vecchio orbo come il mio fratellastro Odino, che crede di sapere tutto e non sa nulla!”
“Avere un occhio solo sarebbe già una benedizione; inoltre, mi darebbe un’idea più chiara del velo di Maya, sottraendomi all’illusione della profondità tipica della visione binoculare,” rispose Borges senza scomporsi (ma le ombre disegnavano due figure di corvi sulle sue spalle); “Ad ogni modo, quello che intendevo è che fu lei a unire Aesir e Vanir e a spingerli a sacrificarsi, o forse a fondersi in un solo...”
Perfino Borges, coi suoi deboli occhi, dovette percepire la luce accecante che si sprigionò da dietro il paravento, perché tacque impaurito; sollecito e blasfemo, temendo un incendio, rimossi la barriera e dietro a essa non trovai altro che l’effimera visione di un groviglio di serpi che si contorcevano.
In quel momento Profirio bussò con forza alla porta: “Venite con me, presto! Ci sono le Ninfe che ballano sui tavoli!”
Noi quattro lo seguimmo, lubrichi e sollevati. 17 febbraio RAININ’ IN DA PINEWOODShut up! I just don’t give a damn for what you sayin’. All I hear now babe ‘s da voice o’da grass, you know what I mean? Liss’n now, babe ‘cos I’m speakin’ da truth: it’s rainin’ like hell on da pines downtown, on da burnin’ tyres an’ da basketball yards on da ol’ cars left aside by da street an’ da petrol pump where I was shot first time. It’s rainin’ on you babe, as you gettin’ hot as I’m gettin’ fresh ‘cos I’m da boss now, on da f***in’ fairy tale you used to believe in, I used to believe in, yo babe.
(Stavolta l'ho fatta grossa...) 16 febbraio “IL CASTELLO DEI RIFUGIATI” DI LOUIS FERDINAND CELINE
“Forse ho torto a lamentarmi... infatti io vivo ancora... e ogni giorno scompare qualche mio nemico!... per cancro, per apoplessia, per rimpinzamento... è un gran piacere vedere quanti ne passano!... non voglio insistere... un nome... un altro! ci sono anche i piaceri nella natura...”
La cifra tematica e stilistica di Céline è semplicemente la perfidia. Narratore gigantesco per ispirazione e originalità, letterato sopraffino per erudizione e coerenza, egli volle rimanere nella storia della novellistica francese nell’ingrato ruolo della Carogna, personaggio che interpretò fino in fondo con la fissità beffarda di un Franti nell’atmosfera liceale e nella rinnovata purezza della Parigi post-bellica, dominata da Sartre e dal suo nichilismo escargot. In questo libro acido e graffiante, il lettore appassionato del “Viaggio al termine della notte” e di “Morte a credito” ritrova un Céline invecchiato e, se possibile, ulteriormente incattivito: ce l’ha con tutti, i suoi pazienti nella banlieue, il suo avido editore, i nazisti ai quali si è legato durante la guerra e gli antinazisti che (dopo la guerra) spuntano come funghi dopo la pioggia, letterati e filosofi, poveri e ricchi... E fra uno sfogo e l’altro, fra gli inconfondibili “tre puntini alla Céline” e certi fulminanti aforismi storici, prende forma piano piano un diario dei giorni di esilio a Siegmaringen, con Pétain e Laval e una manciata di crucchi allo sbando, con l’esercito gollista che fiatava loro sul collo, la RAF che li bombardava con levità e una condanna morale incombente da parte del Paese che credevano di aver servito. E la forma che prendono questi ricordi è quella di un circo, di una tragicomica rappresentazione che i potenti detronizzati mettono in scena mentre tutto rovina alle loro spalle. Ma sentite qua:
“La Cancelleria del Grande Reich aveva trovato per i Francesi di Siegmaringen un certo modo di vivere, né del tutto fittizio,né del tutto reale, che senza impegnare l’avvenire, tuttavia teneva conto del passato... statuto fittizio mezza quarantena-mezza operetta...”
Un affresco impietoso, certo, ma con qualche sprazzo di nobiltà: di quella predatoria e sprezzante che il collaborazionista Céline doveva aver ammirato nelle bande di assassini cagoulards, nelle SA e in tutte quelle cattive amicizie che gli hanno fruttato la damnatio memoriae nel dopoguerra, ma che forse per un po’ hanno placato, con lo spettacolo corroborante della violenza, la sua rabbia di stare al mondo. 10 febbraio LA METAFISICA ATTRAVERSO LE CANZONETTE/1
Inspiegabilmente, la critica tende a glissare sul contenuto e sul messaggio delle canzoni pop, riservando uno speciale disprezzo ai gruppi dediti alla musica elettronica, laddove si presta grande attenzione, che so, ai messaggi politici di artisti punk che avevano sì e no quaranta minuti di lucidità al mese.
Calle Maipù 994, tribuna sensibile alle istanze della controcultura e dell’avant-garde, inaugura oggi una rubrica finalizzata a colmare questa grave lacuna.
I MITI DEL FATO E DEL DEMIURGO NEI TESTI DEI DEPECHE MODE
"The grabbing hands grab all they can all for themselves - after all it's a competitive world everything counts in large amounts."
I Depeche Mode incarnano fedelmente il lato oscuro degli Anni Ottanta: fate uno sforzo di memoria, e alle spalle (anzi, alle enormi spallone) della reaganiana età dell’oro, delle giacche fucsia, dei film di John Landis e di “Il cobra non è un serpente” vedrete occhieggiare facce pallide e bistrate, ciuffi di capelli corvini a coprire gli occhi, folle di ragazzi magri ondeggianti con aria assente (come nella spettrale scena del concerto di Nick Cave in “Il cielo sopra Berlino”) e udrete una musica martellante e fintamente ingenua, suonata senza uno strumento vero che fosse uno ma affidata a tastiere elettroniche e campionamenti sfacciati come in una tetra parodia della colonna sonora di Super Mario.
Sono loro: belli e dannati come Rimbaud o i personaggi di Scott Fitzgerald, solo meno belli e decisamente meno eleganti; però dannati uguale.
Inaspettatamente, dal regno dell’effimero emergono temi e suggestioni che rimandano al Profondo per eccellenza, il Mito (e già che ci siamo pure la Teologia): in particolare, i testi di Martin Gore rimandano a un elemento cardinale della visione del mondo che fu pagana e poi gnostica, e che, attingendo a Nietzsche e a Girard, chiameremo il senso tragico dell’esistenza.
Dopo aver descritto la vita sociale come uno scontro tra rapacità contrapposte, deciso da rapporti di forza meramente numerici (vedi la citazione sopra da Everything counts) e i rapporti privati negli stessi termini di dominazione e subordinazione (Master and servant), dopo aver fatto piazza pulita delle illusioni di redenzione tramite l’amore (Love in itself), i Depeche Mode osano alzare lo sguardo verso l’alto e fissarlo miltonianamente nel vuoto di comprensione che le altezze celesti riservano alle speranze degli uomini: in Blasphemous rumours, alle storie di rovina e disperazione accennate nelle strofe fa da contraltare l’agghiacciante ritornello
“I don't want to start
Chiaramente, il dio cui si rivolge questa aperta provocazione ha ben poco di personale o compassionevole: è piuttosto un demiurgo, uno di quegli ordinatori ciechi e implacabili che la mitologia gnostica scorgeva nel Vecchio Testamento, o la divinità vicaria dei Catari, e in un testo successivo (Precious) è espressa la paradossale speranza che questo dio sappia immedesimarsi nell’animo mortale per impararne la misericordia, là dove si dice
“If god has a masterplan that only he understands I hope it’s your eyes he’s seeing through.”
E’ questa l’essenza del tragico (e tanto più urtante per il contrasto con il suono plasticoso e artificiale delle canzoni): la presa di coscienza, non tanto della limitatezza umana, quanto del connotato inumano dei meccanismi della storia, della natura, dell’operare misterioso delle stesse Potenze celesti; in questo senso, le religioni arcaiche erano assai meno antropomorfiche delle moderne, poiché attribuivano agli dèi aspetto umano, ma una fissità di propositi che nessuna preghiera può sviare, mentre con gli dèi semitici si può sempre trattare un accordo.
Di fronte a questa visione angosciante, a questa rivelazione non richiesta e ardua da sopportare della cecità degli ingranaggi del destino (anche It’s no good si può ascoltare in questa chiave, e ditemi se non acquista tutta un’altra dimensione), non c’è dunque rifugio a cui correre?
Ricordiamo, siamo in Inghilterra negli Anni Ottanta: i velleitari sogni di cambiare il mondo propri dei decenni precedenti sono svaniti, Lady Thatcher tiene il Paese con la gentile fermezza di un’infermiera che somministri cure necessarie ma dolorose, da una parte e dall’altra del cielo si stagliano minacciose sagome di missili nucleari, nuove pesti arrivano dall’Africa e apocalissi ambientali sono al centro delle fantasie degli europei; no, non c’è redenzione nel competitive world.
C’è però la possibilità di fughe temporanee, c’è il vecchio sogno di vagheggiare una figura soave e comprensiva che ascolti i nostri deliri e ci tenga buoni finché la tempesta non sia passata, come nella struggente ballata Somebody, che sul ritmo del costante e fiducioso battito di un cuore tranquillo declina l’ultima preghiera, ovviamente rivolta all’umano più che al divino:
“She will listen to me 02 febbraio FENOMENOLOGIA DEL BLOG“Scrivere non è niente più di un sogno che porta consiglio.”
Se c’è una cosa che non posso sopportare sono quelli che scrivono delle cose che non possono sopportare.
E’ un pensiero arduo, me ne rendo conto, uno di quelli che possono togliere il sonno per delle mezz’ore.
Tuttavia, “se è follia ha del metodo” (come scriveva Cervantes nelle “Novelle per osti e tintori”): mettere su carta le proprie idiosincrasie è un atto di innegabile valore catartico, liberatorio e auto-assolutorio, e per quel che ne so è la principale ragion d’essere dei blog.
Secondo un’indagine dell’Università Sulcitanea (Facoltà di Parodistica Involontaria), infatti, circa il 67,42% del testo che compare nei diari virtuali come questo è costituito da lamentele e recriminazioni di carattere privato o pubblico: ciò è deplorevole.
Ora, il 67,43%: ciò è ancora più deplorevole.
Ora, il 67,44%.
E’ un circolo vizioso, come quello dove andava sempre Hemingway quando si trovava a Parigi.
Comunque, ho deciso di dedicare questo intervento a una profondissima riflessione sul tema delle lamentele: dell’azione nefanda di chi si costruisce con dedizione un tempio dove innalzare statue al proprio risentimento.
Come sempre, la realtà vista attraverso la lente deformante del simbolismo offre una perfetta rappresentazione anche dei concetti più astratti.
Ieri sera, dalla mia finestrella su Calle Maipù, guardavo un cane randagio, una specie di zerbino giallo ripiegato su se stesso dal quale pendevano diverse zampe: lo guardavo aggirarsi su e giù per la via deserta, annusando accuratamente ogni angolo e anfratto, esaminare con estremo zelo ogni palmo della strada, finché, con un’espressione di trionfo e di appagato compiacimento, l’animale riconobbe di aver trovato il posto perfetto, confacente a tutte le sue aspettative.
Una scelta così ponderata, pensavo io, dev’essere motivata da un’esigenza di grande importanza: il luogo (trasposizione nel mondo materiale di un luogo interiore, del purissimo cuore del proprio sé, un omphalos posto al centro di una complessa rete di rispondenze) così affannosamente cercato è certamente dotato, per lui, di una specialissima dignità e di un alto valore simbolico.
Riuscite a indovinare che cosa fece il cane nel luogo prescelto?
Ecco perché non compilerò la lista delle cose che non mi piacciono e consacrerò gli spazi di Calle Maipù 994 all’esposizione di contenuti edificanti, da cui si possano trarre importanti precetti di alta moralità.
Ah, vero: l’indirizzo del circolo vizioso di Hemingway è Champs Elysées 1005, Paris, Premier Arrondissement; bussate tre volte forte, pausa, una volta piano. |
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