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31 marzo

LA METAFISICA ATTRAVERSO LE CANZONETTE/2

 

Continua l’entusiasmante ricognizione di Calle Maipù 994 nell’enciclopedia dei testi di canzoni (con una preferenza verso gli autori snobbati dagli esperti, più che altro per evitare confronti) alla ricerca di tracce misteriosofiche.

 

Ah, naturalmente che queste siano in qualche modo collegate alle intenzioni degli autori non ci interessa affatto!

 

IL SIMBOLISMO HORIANO E SETIANO IN ALAN PARSONS

 

“Follow the pilgrim to the Temple of the Dawn

the altar’s empty and the sacrifice is gone.”

 

Alan Parsons, che un amico noto come il Vecchio Rocker definisce sprezzante “il fonico di The dark side of the moon”, insieme al suo sodale Eric Woolfson, ha composto/prodotto dischi che sono una vera miniera di allusioni interessanti alle zone oscure della realtà e del mito.

 

Orecchiabili, facili, perfino sentimentali, i suoi pezzi hanno spesso un volto nascosto che si rivela solo nel confronto con il resto dell’album o di tutto il corpus parsoniano: per esempio, il tema ricorrente del gioco d’azzardo, sviluppato in The turn of a friendly card ma in qualche modo presente ovunque, assume la fisionomia di una meditazione sul fato, e la follia dionisiaca di (The system of) Doctor Tarr and Professor Feather si prende il primo piano nel tardo Freudiana dipingendo un mondo di immagini e significati che solo l’ebbrezza del folle sa districare con naturalezza...

 

Ben due album sono ispirati al mondo immaginale egizio, Pyramid e il celebre Eye in the sky: il primo è un affresco osiriano, che trae spunto dalle vivide descrizioni della Duat e del viaggio nell’oltretomba delle anime sulle orme del Dio Nero (Osiride stesso, dopo il suo smembramento rituale da parte del fratello Set) per parlare della caducità di tutte le cose e della necessità di abbandonare i propri affetti sulla soglia di nuove esperienze.

 

Ma è in Eye in the sky che Parsons e Woolfson offrono una più profonda interpretazione del mito fondamentale della Gente del Fiume, che affidava ai nemici divini Horo e Set il riflesso celeste della dualità così evidente per loro nella natura (il fiume portatore di vita e il deserto mortifero) e nella storia (le corone dell’Alto e del Basso Regno, unite in una complementarità magnetica e sempre provvisoria).

 

Il pezzo che dà il titolo all’album è giustamente famoso: naturalmente non mancano ipotesi fantasiose sul suo significato (l’ “Occhio nel Cielo” sarebbe la telecamera di sorveglianza di un casinò), ma non è difficile riconoscervi un monologo di Horo il Vecchio, o Har-wer, divinità celeste originaria, misteriosamente presente in tutti i sovrani del mondo divino e sempre ritornante fino alla sua completa epifania attraverso Horo il Giovane, figlio postumo di Osiride e avversario di Set.

 

Questo Horo è il Cielo, primordiale, puro, imperturbabile, di cui lo stesso Ra (il Sole che si manifesta nel disco luminoso di Atum) non è che un “momento”, un avatar relativo a una fase della manifestazione universale: Horo dimora “lassù”, il suo regno è collocato prima della storia e niente può scuoterlo o sorprenderlo, infatti dice

 

“Don't ask me, 
that's how it goes 
’cause part of me knows

what you're thinking.”

 

Ma il mondo oggettivo di cui questo Horo è il Signore è un’illusione, è un vuoto scuro popolato di forme senza vita (che talvolta si raffigura nel serpente Apopi, intento a ingoiare il Nilo per riassorbire tutto il creato nel suo ventre buio), tanto che Horo stesso prende in giro il suo devoto confessandogli che

 

“Believe me,

the sun in your eyes

made some of the lies

worth believing.”

 

Geniale, il sole che è sempre l’epifania della verità diventa qui il tramite dell’illusione!

 

All’estremo opposto c’è Set, che rappresenta la forza fissante e letale del mondo della manifestazione individuale: suoi sono il deserto rosso, il fuoco e il violento vento del sud (Set è identico al greco Tifone, e qualche volta anche ad Ares) ma non è banalmente una potenza distruttrice in quanto favorisce l’emergere della coscienza, della personalità.

 

Set è anche padre del dubbio, che smaschera l’apparente immutabilità del mondo oggettivo e lo infiamma di emozione e sensazioni contraddittorie: il suo controcanto è in You’re gonna get your fingers burned e culmina in

 

“Watch me closely, understand

that what you see is only an illusion?

If I’m wrong and you are right

I will light your darkness with confusion.”

 

Questi due poli oggettivo e soggettivo (seguo l’interpretazione dei Scwaller de Lubicz e di quel matto di Aquino sul ruolo di Set) sono inscindibili, tanto che Horo e Set (che a rigore sarebbero nipote e zio) sono spesso indicati come “gemelli”: e infatti ecco Gemini, che esprime questo legame forzato fra opposti ce non possono fare a meno l’uno dell’altro.

 

A proposito, se parlo di figure mitiche come Horo e Set con tanta familiarità è perché sono convinto che tutti questi dèi esistono davvero: per una opportuna definizione di “esistere” (come direbbe il mio amico Oblomov, che a dispetto dell’apparenza è un individuo molto furbo).

 

L’uomo è sospeso fra Horo e Set in un’immobilità senza soluzione, che può sfociare in una paralisi dettata dal panico di “toccare qualcosa”, di turbare l’equilibrio horiano generando catastrofi (Silence and I, il pezzo più bello dell’album, con un arrangiamento orchestrale da fanfara contrapposto a una melodia dolce e spaurita).

 

Eppure, il gioco dei Neter (gli dèi) che ci manovra è sempre preferibile all’alternativa: il mondo desacralizzato e privo di orientamento in cui i templi sono deserti e i cielo non racconta più nulla, in cui un’umanità “lasciata sola” non sa a chi volgersi e rimane in balìa dell’aspetto femminile, incontrollabile e caotico della natura (Children of the moon).

 

“Nothing to live for

nothing to die for

we’re lost in the middle of a hopeless world.”

 

Curioso, perché nel simbolismo egizio la luna è Iside nel suo aspetto celeste di Hathor, che dovrebbe rappresentare la rugiada di vita che ingentilisce il cosmo: infatti è dalle lacrime di Iside che Osiride, fatto a pezzi da Set, riceve la nuova vita che gli consente di generare il nuovo sé Horo (tralasciamo i particolari tecnici perché sfiorano la necrofilia) e riprendere il conflitto col fratello in una nuova e meno fragile forma...

 

Ad ogni modo, ogni via d’uscita è illusoria o disastrosa e tutto ciò a cui l’uomo (foglia trasportata da venti divini) può aspirare è una tardiva riconciliazione con i princìpi opposti che ha dentro di sé, una pacificazione finale che faccia sospirare

 

“And some day, in the mist of time

when they asked if I knew you

I’d smile and say you were a friend of mine.”

28 marzo

SONETTO D'OCCASIONE IN VERNACOLO

Ci annunziu cu' sta littra
ca mi ficiru dutturi
ma pi' siri chiù sicuri
mi ci appresentai co' u mittra.
 
Stu sunettu ca ci mannu
pi la granni cuntintizza
ca lu cori m'accarizza
nunn'è truccu e nunn'è ingannu.
 
Matri mia, m'addutturai
accuminzanu li guai!
 
Picchì cu 'sta dutturanza
mi finiu a picciottanza!
 
Yanez, Ph.D.
22 marzo

DUE PAROLE GENTILI SULLA CRUDELTA’

 

“Il male è stato calunniato!”

 

Qui in Calle Maipù non c’è molto da fare, da quando i gauchos e i banditi sono stati quasi tutti catturati o addomesticati, e io per di più non ho talento né passione per il tango: così spesso vado al cinema.

 

Negli ultimi mesi ho assistito a tre film che mi hanno molto impressionato: sono “La promessa dell’assassino” di David Cronenberg, “Non è un paese per vecchi” di Ethan e Joel Coen, “Onora il padre e la madre” di Sidney Lumet.

 

Tutti e tre raccontano storie, senza un attimo di respiro: storie di peccato senza redenzione (o almeno senza redenzione convenzionale), i cui protagonisti commettono azioni orribili guidati non da un’ebbrezza ma da una sorta di glaciale impassibilità, da un mero calcolo dei vantaggi e svantaggi.

 

Guardateli, e confrontateli con gli uccisori dionisiaci di “Assassini nati” o coi mostri degli horror (cui di solito gli sceneggiatori offrono anche l’alibi di qualche trauma, tipo “Be’, certo, è sfigurato, quindi ammazza le ragazzine”).

 

Non c’è bisogno di aver esplorato con grande profondità il mondo satanico per rendersi conto che quello che chiamiamo “il male” non ha nulla a che fare con l’estasi (che sempre è invece riconducibile a esperienze spirituali, anche quando camuffate dalla più terragna carnalità, come nelle statue pornografiche dei templi bengalesi).

 

Piuttosto, la crudeltà si manifesta con l’acuminata razionalità di chi persegue un fine chiaro e concreto e, semplicemente, si serve di tutti gli strumenti utili al conseguimento di questo: il malvagio uccide suo fratello per assicurarsi un vantaggio pratico, come io o voi puliamo il parabrezza per vedere meglio la strada.

 

“Io sono freddo”, dice il Diavolo a Leverkuhn nel “Doktor Faustus” di Thomas Mann, “è a causa del posto dove vivo”.

 

Non è solo una battuta: il Demonio dimora fra le passioni, che gli conferiscono i fini e le ragioni di movimento, ma non è di questa che si nutre, bensì del movimento stesso, dell’azione; è un tipo pratico.

 

Se non credete a me, leggete LaVey: e non storcete il naso, la verità satanica l’hanno sempre detta i buffoni (da Villon in giù).

 

Un mondo che, per rappresentare il male, ha bisogno di ambientazioni esotiche e personaggi sulfurei e brillanti è un mondo in cui il male non ha ancora preso piede stabilmente, in cui esso è ancora, tutto sommato, esecrato.

 

Ma un secolo completamente satanico si riconosce dalle rappresentazioni che produce, dal suo immaginario prima che dai suoi vizi concreti: la sacrificabilità di affetti, comandamenti, consuetudini e tabù all’utile, ecco la firma di Satana, e poco importa che l’utile sia individuale o collettivo (per esempio, questo emerge con chiarezza nello scientismo e nel socialismo).

 

E in questi tre film, uno più bello dell’altro, Satana dirige e recita e non sorride mai.

16 marzo

IL DONO DI SOCRATE

 

“Lo dobbiamo a lui questo bel regalo, a quell’uomo snasato e rincagnato, a quell’avvocato degl’istinti plebei e della grettezza mentale, e alla sua perfida, tendenziosa interpretazione del ‘Conosci te stesso’ apollineo. La coscienza era già, ma era un vizio che l’uomo nascondeva in sé né aveva la fronte di esternarlo.”

 

Questa frase eroica di Savinio (ma sarebbe stata bene anche a Nietzsche) la devo a Edoardo Camurri: mentre lui ne trae le debite conclusioni in campo sociale e letterario, io vorrei provarmi a esplorare le altrettanto nefaste conseguenze del maligno ‘dono di Socrate’ in altri campi, a me più cari.

 

La scoperta della coscienza è comunemente identificata con la nascita nell’uomo dell’amore per la veracità, ma raramente si pone attenzione a quanto questo nuovo amore abbia nuociuto all’antico: voglio dire, all’amore per la verità.

 

Pensateci un attimo: tutti menano gran vanto di essere sinceri (e fra veracità e sincerità c’è già uno scarto, un piccolo scivolamento nel moralismo), o addirittura di essere del tutto spontanei (e qui si tocca il fondo), ma affermare le proprie opinioni, esternare i propri pensieri, manifestare finanche i propri sentimenti che rapporto ha con la verità?

 

I casi sono due: o la verità (qualche cosa di oggettivo, di reale, indipendente da chi la pensa e dai suoi temporanei stati d’animo determinati dalla più o meno buona riuscita della sua digestione) esiste, o non esiste.

 

Se la verità esiste, non si vede perché la sincerità, che in ultima analisi coincide col dire quello che ci passa per la testa, dovrebbe essere un modo per attingerla più efficace che l’attenta riflessione o il docile affidarsi alle parole dei saggi.

 

Se la verità non esiste, e tutto quel che diciamo è un incoerente e soggettivo balbettare, “una storia piena di furore e strepito raccontata da un idiota”, perché invece non adottare la menzogna come canone dei nostri modi d’espressione, ottenendo un duplice vantaggio: d’esser consapevoli di non dire il vero, e di poter scegliere a piacimento la versione più bella?

 

Ma non si può: l’Eden è lontano, i suoi cancelli chiusi, abbiamo rifiutato sdegnosamente i doni di Dio per gettarci con cupidigia su quelli dell’avvocato Socrate e abbiam fatto di questa giostra della verità una faccenda morale, addirittura giuridica.

 

Nulla è più vietato all’uomo post-socratico, che ha scelto paradossalmente, per conoscere se stesso, di essere incessantemente se stesso (come se per conoscere i pesci occorresse avere pinne e branchie) e in tanta libertà, ebbro, non si è ancora accorto dell’inganno: ancora non sa (ma comincia a sospettarlo) che la veracità lo ha privato del suo bene più prezioso, l’aspirazione a essere un altro...