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18 aprile “HER-BAK” DI ISHA SCHWALLER DE LUBICZ
“Padrone di sera e mattina, re e schiavo di Entrambe-le-Terre, o tu che puoi decretare di ogni luogo il proprio orizzonte! Colui che ti cerca in se stesso può trovare la sovranità e non più schiavo, ha la libertà!”
Teosofia e archeologia, filologia e architettura, astronomia e mistica s’intrecciano in un’opera colossale (quasi mille pagine fra primo e secondo volume) per tentare di svelare, sotto forma di racconto, la segreta Dottrina del Tempio che i sapienti dell’antico Egitto si tramandarono per secoli, immutata: lo so, sembra tanto Martin Mystère (e ovviamente non ci sarebbe niente di male), ma si tratta di qualcosa di completamente diverso.
Se non altro perché Martin Mystère è più avvincente...
No, davvero: questo libro, che narra l’iniziazione del giovane Her-Bak ai gradi della gerarchia sacra (scriba, artigiano, sacerdote, allievo, discepolo, infine forse “Saggio”) e ne inscena gli apprendimenti attraverso dialoghi di stile platonico, è una lettura faticosa; il primo volume, Her-Bak Cecio, ha un andamento da favola gnostica (stile L’asino d’oro), non priva di momenti farseschi, mentre il secondo, Her-Bak discepolo, perde quasi ogni velleità narrativa per divenire un’esposizione graduale della teologia e della metafisica egizie.
Inevitabilmente, il lettore si perde in mezzo a tanta ricchezza di simboli, a una scienza sacra inaspettatamente astratta ma sempre legata alla realtà da una rete intricata di corrispondenze: i nomi delle stelle richiamano la geografia dell’aldilà (la Duat), i segreti del mestiere del falegname alludono all’etica, le leggende degli dèi (i Neter) si rispecchiano nella storia dei regnanti e delle dinastie e, a far da supporto a tutto questo mondo di significati che si possono solo presagire, stanno i geroglifici (Medù-Neter), base di un sistema di scrittura con l’ambizione di raccogliere in pochi semplici segni tutti e quattro i sensi della Parola teorizzati da Dante.
In Egizio, il cuore si chiama àb, che alla lettera vuol dire “il danzatore” e si scrive disegnando una piuma e un piede: la metafora sembrerebbe perfino banale, ma che ne dite, se aggiungo che la piuma si legge à e il piede si legge b?
I Medù-Neter non sono solo ideogrammi: sono anche una scrittura fonetica, e l’accordo fra le due funzioni suggerisce che la lingua stessa sia frutto di un’elaborazione cosciente, che tiene conto dei simbolismi e della necessità di esprimere l’Inesprimibile nell’unica forma possibile, cioè instillando nella coscienza il sospetto di affinità profonde fra le cose.
Esempio: lo schema dei quattro elementi (Terra, Acqua, Aria, Fuoco), divulgato da Empedocle e divenuto poi il cardine dell’alchimia occidentale (a proposito, al-chemì è semplicemente uno dei nomi dell’Egitto), si riflette perfettamente nella tetrarchia dei Neter figli di Geb e Nut, cioè Osiride, Iside, Nephtys e Set, e le loro somiglianze e opposizioni narrate nel mito si possono leggere come una cosmologia basata sulle proprietà degli elementi.
Allora i Neter sono immagini antropomorfe (anzi, antropozoomorfe) degli elementi, dei punti cardinali, delle stagioni?
Anche, ma non solo: Her-Bak scopre che essi sono funzioni, sono la realtà profonda, inconoscibile in sé, a cui la natura è, per così dire, ispirata; in altre parole, sono piuttosto gli elementi ad essere immagini dei Neter!
E’ impossibile restare indifferenti di fronte a un affresco così grandioso come quello che la cultura egizia ha lasciato dietro di sé, e si è tentati di credere, come Isha Schwaller De Lubicz, che l’intera storia di questa civiltà non sia che una titanica rappresentazione, una testimonianza intenzionalmente costruita (come i loro monumenti, sempre così ieratici, solenni e identici a se stessi attraverso i millenni) per i popoli futuri, poco più che scimmie tecnologiche al confronto di questa solenne gente dagli occhi femminei. 10 aprile UNA CANZONE D'AMORE PERSIANADicono che il tuo cavallo è il tuo compagno nel giorno della battaglia
ma io dico che ancora meglio è il fucile
un cavaliere senza fucile non ha vigore
un cavaliere è un cavaliere se ha il suo fucile.
Io ho venduto il mio fucile intarsiato d'argento
per comprare una veste di Termeh per il mio amore
ella mi ha restituito la veste quando gliela ho offerta
ahimé, il mio fucile intarsiato d'argento!
(da Toward the within dei Dead can Dance) 06 aprile OGNI SINGOLO GESTO
“Dean indicò lo sgabello vuoto al piano: ‘La sedia vuota del dio’, disse.”
Il vecchio sedette al piano, che lo invitò con un lucore discreto del suo ventre metallico. Tutto intorno era silenzio e attesa, l’aria increspata come un lago notturno e tentata da una polvere leggera in volute da gioiello barbarico. Il vecchio accettò e subito delimitò con tre precisi accordi (tre suoni grandi e squadrati, disposti in semicerchio intorno a uno spazio fatto sacro) le possibilità dell’improvvisazione. Soddisfatto, rassicurato, il piano sottoscrisse il patto inarcando la sua schiena di bestia favolosa e disse: Facciamo questa cosa, vecchio. Nacquero dai denti del drago innumeri piccole note, che si unirono e divisero in clan e famiglie, simili ai fili ritorti di un tappeto, e presero a contendersi lo spazio e il buio. Il tempo vagò, rancoroso, indomato finché non trovò di suo gusto la casa che per lui il vecchio andava costruendo. Stanza dopo stanza, parete dopo parete. La gente, pensò il vecchio, crede che suonare la musica sia come aprire delle porte, invece è come costruire muri. E’ sempre il problema di dare forma a ciò che nasce senza forma, il problema del musicista. Da tanti anni il vecchio girava il mondo con la sua musica, come chi trascini una tribù cenciosa e indocile per terre straniere. E ogni sera indossava il suo sorriso e faceva il miracolo. Sedeva, con il piacere dimesso di chi si appresta a giocare a carte o parlare dei tempi andati. E poi affrontava la musica, indagandola sempre più impietosamente. Il paesaggio cambiava intorno a lui, come in certi sogni che si fanno da ragazzi. Le emozioni si intrecciavano in modi ambigui e una breve disattenzione avrebbe potuto compromettere l’intera opera. Così era, per chi suonava senza i fogli. Occorreva mettere cura e tutta la vita possibile in ogni singolo gesto, per perpetrare l’illusione. Per dare, a tutto quel molteplice e inutilmente complicato caos di rapporti, un senso ad ogni istante. Come cercando di raccontare una storia in una lingua che né lui, né le ombre che lo ascoltavano sera dopo sera conoscessero. Non si poteva cedere nemmeno per un istante al sotterraneo, vile sospetto che l’illusione fosse, dopotutto, un inganno. Era difficile oltre ogni dire questo lasciarsi coinvolgere nella vicenda delle note e dei tempi, e provare a ogni svolta genuina sorpresa. Sì, disse la musica, aprendosi a nuove invenzioni circolari, cadendo dalle vecchie sue mani come frutti segreti da rami spinosi. Certo e imprevisto era insieme il tutto che si andava formando, lieve e trepido il tocco che da strati e strati di suoni in apparenza confusi traeva per gradi un motivo semplice e dolce, da far dormire i bambini. No, disse la musica, accogliendo un subitaneo dubbio del vecchio (sul senso di quello che faceva nell’ombra del teatro fattasi per lui ora, chissà perché, aspra e pericolosa) e restituendolo come un avvolgersi a spirale, un tormento di scale incrociate che non portavano in alcun luogo. Al vecchio scappò un verso d’animale, un ghigno che anticipava uno sforzo immenso. La bestia, nera e lucida e dai numerosi denti d’avorio, era sul punto di prevalere su di lui. Le lusinghe avevano ceduto il posto alle minacce, e il piccolo labirinto in cui il vecchio si era cacciato (quanto familiare, lui solo lo sapeva per antica consuetudine, e paurosa) rinchiudeva i suoi sentieri sulle sue vizze membra e non lo avrebbe più lasciato andare. Così il vecchio staccò la mano destra dalla tastiera e la mosse in una lenta ansa, mentre con la sinistra lasciava sospeso, interlocutorio un piovigginare di quinte. E poi il movimento della mano destra si richiuse sulla tastiera con una rapida sequenza di tocchi fortissimi, che riempirono la notte di suoni inequivocabili, necessari, finali. Tutto era a posto, ora. La musica lo avrebbe straziato, certo, prima o poi. Ma non quella sera. |
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