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May 31 “ORLANDO” DI VIRGINIA WOOLF
“Life, and a lover.”
Una metafora attraversa la storia dell’Inghilterra: la metafora, quando la conosciamo, porta calze di seta sulle sue lunghe gambe di ragazzo e vagheggia di diventare un poeta, nell’era squisita e feroce della Regina Elisabetta e di Kit Marlowe; poi la metafora se ne va in Turchia, mentre il mondo inglese si allarga e si virilizza nell’aurora della sua esplosione coloniale, e a seguito di una grande sbornia diventa una donna (scandalo!); da allora, una nuova consapevolezza cinge la malinconia della metafora, mentre l’era della ruvida saggezza del Dottor Johnson cede il passo alle “infinite complessità” vittoriane, e la metafora scopre di condividere il dono di un’innaturale lunga vita con un vecchio poeta dall’animo prosaico (già, gli Inglesi sono mercanti e appassionati di giochi stupidi, ma avete fatto caso a quanti magnifici poeti hanno?) e sposa un bel giovane con un mucchio di nomi; ci son già gli ascensori e le automobili, quando la metafora rivede i cancelli della sua vecchia dimora e considera se stessa come una finzione letteraria un poco nostalgica di non aver avuto una vita breve e felice, tutta con lo stesso sesso.
Come faceva Virginia Woolf a scrivere libri così?
Forse la follia era la sua disciplina, forse la sua incessante, ostinata ricerca del dolore (e della frase perfetta) le aveva insegnato a dire sempre almeno tre o quattro parole in ogni parola, come un’antica indovina (anche loro erano folli).
In questo libro c’è come una melanconia divertita, un compendio ironico dell’inglesità nelle sue forme letterarie e storiche, nella sottigliezza di significati stratificati e ambigui che la finta brutalità di quel popolo ha attribuito nel corso dei secoli al semplice vocabolo “love” (il nuovo tetragrammaton), in quella morbosa loro passione per i paesaggi.
In effetti, Orlando è spesso visto/a nell’atto di contemplare qualcosa, e una certa quercia del suo parco (che nella sua longevità lo/la considera pur sempre infante) ospita, a distanza di secoli, le periodiche riflessioni con cui Orlando decide chi vuol essere: non diversamente, l’Inghilterra si inventa sempre di nuovo e mai rinnega il proprio passato, ed è facile immaginare che lo faccia riguardando uno dei suoi scorci di soffici colline.
Nel suo viaggio verso la tomba, la cassa che conteneva Sir Walter Scott si fermò e fu brevemente deposta presso un’ansa della strada: si vede, da lì, il serpeggiare della Tweed Valley e le rovine dell’Abbazia di Melrose (una trina di corrosa pietra rossa) dormono nell’ombra di tre colline di tufo; era un posto dove lo scrittore si fermava sempre, percorrendo quella strada.
E’ davvero una vista incantevole. May 25 LINNEO SUL 740
“Ordunque, l’anonimato può caratterizzare il subumano altrettanto bene che il sovrumano.”
Nella sua opera sulla classificazione delle specie viventi, Linneo colloca ai posti più elevati l’uomo, la scimmia, il lemure e il pipistrello, e li elenca accostando cartesianamente a ogni creatura la sua ‘differenza specifica’:
“Homo: Nosce te ipsum. Simia: Dentes laniarii. Lemur: Dentes primores inferiores 6. Vespertilio: Manus palmato-volatiles.”
Cambio di scena: io, Yanez, alle dieci del mattino sulla vettura della linea 740, il naso giudaico infitto nelle sabbie mobili di un libro erudito, la pelle resa lucida dal caldo precoce del maggio.
Minuscoli moscerini verdi, precarie forme di vita, si aggrappano alla mia camicia di marca nell’illusoria (e nondimeno ferma) convinzione che si tratti di una fonte di nutrimento o di un asilo sicuro: un mio movimento, e diverranno piccole macchie color dell’erba sulla mia camicia di marca, con reciproco svantaggio.
Io, Yanez, mi distraggo dalla lettura.
Considerazioni fuggevoli, che coinvolgono: la brevità dell’esistenza di un moscerino verde, la probabilità che esso ha di essere ucciso nel suo unico giorno di vita, il recente terremoto in Cina, la centralità dell’essere umano nel piano della Creazione, il concetto elusivo di finalità, l’ambiguità della condizione di individui e insieme di parti del cosmo, una recente conversazione sui Veda con una studentessa di Abbiategrasso, la necessità di portare in tintoria la mia camicia di marca.
Io, Yanez, quasi mi accascio al suolo in occasione di una brusca frenata e così confermo che l’esistenza individuale non è del tutto autonoma.
Sul 740, le direzioni degli sguardi sono solo apparentemente casuali: in realtà esse disegnano una raggiera razionalmente ordinata (come quella invisibile che, in certi film, fa scattare l’allarme nella sala ov’è custodito alcunché di prezioso), ispirata al semplice criterio di non guardare nessuno in faccia.
Io, Yanez, ho risolto questo problema grazie alla letteratura.
Fanno eccezione i vecchi: la prostrazione fisica e l’abitudine a dipendere dagli sconosciuti per imprese banali come salire sull’autobus o leggere un cartello priva i vecchi di ogni pudore (dice il piccolo Linneo dentro di me), cosicché essi squadrano, esaminano e giudicano il prossimo con lo strumento dello sguardo diretto; e se gli ispiri fiducia ti raccontano tutto di sé.
Io, Yanez, mi dò un aspetto scontroso e inaffidabile, e mi rituffo nel mio volume erudito.
L’autista è di una scortesia assoluta: risalendo il fiume del tempo, il suo ruolo non si accosta a quello del romantico fiaccheraio (ricordi confusi su un possibile cocchiere fiorentino fra i miei avi, con mantella e cilindro, intabarrato nella fredda notte che bagnava il selciato fra le scure moli merlate della città platonica) ma a quello del mandriano che conduceva le bestie con certa autorità (non scevra di una somiglianza fra il custode e le custodite, percepita da queste ultime con aurorale coscienza, nosce te ipsum) e fischi perentorii.
A me, Yanez, quasi scappa un muggito sarcastico, ma poi mi trattengo.
La tarda primavera compie un’opera di adattamento fra i corpi delle ragazze e i loro abiti: gli uni sembrano lievitare leggermente e gli altri si restringono, così che l’insieme ha un equilibrio entusiasmante; alcune di loro, che so essere studentesse di scienze (capaci, quindi, di comprendere sottigliezze di pensiero a me rimaste sempre inaccessibili, a proposito di dilatazioni dello spazio e contrazioni del tempo) ciaccolano di canottiere e dell’opportunità di acquistarne per tempo per avere una scorta confacente alla bisogna estiva.
Io, Yanez, indulgo per dieci secondi a pensieri lubrichi.
Il 740, come il carro dei monatti nei Promessi Sposi (ma anche un poco come la diligenza di Pinocchio), carica gran parte dei suoi passeggeri per disfarsene in un unico luogo: la fermata presso un ospedale, cui ogni giorno accorrono, nelle tarde ore del mattino, innumeri vecchi perpetuamente all’inseguimento di un esame o di una visita o di una prescrizione; i più confidenziali sogliono esibire le loro lastre radiografiche agli estranei, lagnandosi dei propri mali ma al contempo vantando la propria efficienza e assiduità come pazienti (nulla dello spirito contemplativo di un anziano sadhu si sviluppa in loro).
Io, Yanez, mi preparo a scendere e mi interrogo ansiosamente sul mio futuro: quanta noia, e quanta solitudine, può spingere un uomo (dignitoso nel suo gessato semi-estivo, con un paio di baffetti da comparsa in uno sceneggiato sulla mafia) a cercare, in un ospedale, la compagnia dei moribondi?
Oggi non sono d’accordo con Linneo (pur apprezzando l’onestà del naturalista ragionevole e pio che, dovendo elencare per ogni specie la caratteristica sua più evidente, scelse per l’uomo l’autocoscienza come per il pipistrello le ali membranose): ma non sono d’accordo nemmeno coi materialisti che vedono nell’uomo null’altro che una bestia fra le tante, distinta (per esempio) dalla scarsità di peli.
Oggi la mia adesione alla complicata cosmologia delle tradizioni orientali è ferma al pari di quella dei moscerini verdi alla mia camicia di marca: una gerarchia di mondi, riparati dalle ali degli arcangeli, si avviluppano gli uni sugli altri e in ognuno di essi dimorano diecimila esseri; ma ognuno di questi esseri è partecipe anche degli altri mondi, e nel proprio stato ordinario è del tutto incapace di vedersi dal di fuori come mero stato di un tutto (mancando di una radiografia dello spirito).
Nulla è meno umano dell’autocoscienza, e se non scendo in fretta io, Yanez, dovrò fare di nuovo tutto il giro sul 740. May 16 UNA TRASPARENTE METAFORA POLITICA
“La democrazia è una superstizione basata sulla statistica.”
In Calle Maipù, certi afosi pomeriggi di tarda primavera, le ore sembrano non passare mai: è il luogo ideale per fantasticare su questo bizzarro fenomeno chiamato temporalità, e anche l’idea che Borges, lo scrittore, mi confidò nei suoi anni di penombra (essere il tempo null’altro che una trascurabile increspatura sulla superficie dell’eternità) mi pare recare la firma di questi interminabili pomeriggi, passati fra i gerani sui graticci del Barrio Queveda e un mate bollente al Café Parisien in Avenida Queipo de Llano.
Sono, questi, luoghi dove aspettavamo ansiosamente che la primavera (che con le sue intemperanze ci distoglieva dall’eterno) e la nostra giovinezza (per la quale vale quasi lo stesso) trascorressero e il tempo recasse in dono quell’imperturbabilità che tanto ammiravamo nei giorni d’estate e nei rudi uomini del Quartiere Palermo.
Intanto, però, occorreva pure far passare il tempo: guerre non ce n’erano.
Due erano dunque i passatempi preferiti di noi ragazzi di Calle Maipù: le carte e la danza.
Io, che la natura e gli ozi resero pesante e tardo nei movimenti, evito le sale da ballo come obitori e preferisco di gran lunga una quieta partita a truco, consumata sorbendo magari un madeira caldo e molto speziato.
Firmìn Aceveido, invece, era un fanatico del ballo; altri, nella nostra compagnia, optavano ora per questo, ora per quello.
Discussioni tese si accendevano tra noi su come passare una serata: “effeminato e sentimentale” era definito l’appassionato di tango e milonga, “retrogrado e inerte” era l’accanito giocatore.
Ma vi era, nondimeno, una basilare differenza di comportamento: noi “giocatori”, le sere che si decideva di andare a ballare, ce ne stavamo ingrugnati e silenti presso una parete della sala, un piede contro il muro, senza che alcunché in noi disturbasse le evoluzioni dei ballerini; quando invece si giocava a carte, Firmìn e i suoi sodali ronzavano incessantemente intorno ai tavoli ricoprendoci di improperi e lazzi triviali.
Ricordo che, nell’aprile 192*, dopo una lunga serata di gioco (in effetti non troppo divertente, la concentrazione necessaria al truco essendo incompatibile con il torpore della calda primavera, ma soprattutto tempestata dai sabotaggi dei “ballerini”, che leggevano ad alta voce le nostre carte e commentavano ogni mossa senza cortesia) decidemmo che, divenuta insostenibile l’aria di esasperato conflitto creatasi nel nostro gruppo, avremmo lasciato fare i nostri avversari.
Così, benché noi “giocatori” fossimo più numerosi dei “ballerini”, la sera dopo molti di noi evitarono di pronunciarsi, e una risicata maggioranza sancì la decisione di andare a ballare: fu una serata disastrosa, in cui Fimìn e gli altri litigarono senza interruzione (fui sorpreso nello scoprire quante varietà di tango e balli da sala esistessero, e di come ci si potesse accapigliare per scegliere l’uno o l’altro, o per condurre la compagna più bella o dalle movenze più aggraziate), mentre una banda raccogliticcia eseguiva malamente musiche dozzinali.
Non nascondo che noialtri provammo un certo compiacimento, nel vedere la fiesta dissolversi in una rissa (balenò anche qualche coltello) e terminare prima del tempo: e ovviamente, l’indomani ci riprendemmo lo scettro fra le timide obiezioni di Firmìn (che per il primo aveva denunciato il fallimento della serata precedente).
Ma la storia nulla insegna agli uomini: avevamo appena acceso i sigari e aperto i mazzi di carte, la formosa Rosita vagolava ancora fra i tavoli servendo il mate (i liquori arrivano a metà partita) che i “ballerini” ripresero il loro baccano.
Uno diceva che “solo chi è deforme e incapace di mostrarsi piacevole alla vista può non amare il ballo”, un altro che “dalle carte spira un’aria di orribile vecchiezza, simile a un odore di formalina”, un terzo che “chi aveva scelto di trascorrer così la serata non andava più interpellato perché i fatti s’incaricavano di provare la sua idiozia”, e altri ancora blateravano stizzosi ingiurie fin peggiori...
Avreste voi avuto la forza di continuare a giocare impassibili?
Noi non l’avemmo. |
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