Profilo di YanezCalle Maipù 994FotoBlogElenchiAltro Strumenti Guida

Blog


27 giugno

CALLE DELL’AMOR DEGLI AMICI

 

“Quando Venexia mia sovra i tetti de le tue case

una gloria de sol xè sparpagnada

lassime dir, si el paragon te piase

che ti me par una bela tosa spensierada.”

 

Dopotutto, Venezia è un enorme covo dei pirati. Un’intera città (seppure provvisoria, assediata dalle acque, che si regge su un miliardo di lunghi pali di legno infitti nel fango) empita fino all’inverosimile di tesori. Il rifugio di una gente levantina e torbida, predatori e gentiluomini di fortuna. Cristiani? Certo, c’è pieno di chiese. Ma a guardarle, sembrano piuttosto moschee o sinagoghe, o anche templi e logge di più antiche fedi. Astratta e lineare, Santa Maria dei Miracoli è uno scrigno di pietre astrali. Che acque scure cingono e proteggono dall’invadenza della croce. La magia, certo: non è quella che, da qualche anno, mi spinge in giro per rovine e monti di questa bucherellata Europa? Ma “la magia è ovunque, e il diavolo ci siede accanto”. E allora, questi giri oziosi, queste chiacchiere notturne fino al sorgere dell’alba dorata, sono il séguito della mia curiosità o della mia pigrizia? Ho imballato e spedito Klein Johann, e le sue parole mi risuonano ancora nella mente: è saggio, tranne quando è furbo. Una via di mezzo fra Himmler e un chierichetto. E mi ha infilato nella borsa, come uno scherzo, le parole di un papa intellettuale. Oh, ma io devo prima finire tutti i grimori e i gualciti papiri di Harpocrates. Chi ha tempo per la fede? Credere nelle cose non è mai stata la mia specialità, tranne quando sono misteriose ed esotiche e promettono infine una soluzione. “I matematici sono come i teologi, per prima cosa studiano l’esistenza.” Chi ha tempo per la speranza? Io so, in questo dedalo di stretti canali su cui si riflettono case rosse e pendenti, che il mondo è stato fatto crudele e stupido. Ecco: un cane minuscolo mi si avventa contro. Ba! Ba! dice il cane. Io dico un’oscenità e sembra che basti. Il mondo tenta di farti del male anche quando è ovvio che non può, anche se sei più grosso di lui. Fantasticherò per mezz’ora su sollevare il botolo per il collo e scagliarlo in un rio profondo e scuro. Figurarsi quando il mondo si accorge che è più grosso di te! Qui entra in gioco la magia. Quella basata sulla paura. Chi ha tempo per l’amore? Tutti questi amici che si sposano... Belle sono le loro spose, e sorridenti. Com’è avere sempre al proprio fianco una donna che sorride? Può compensare delle infinite perdite sopportate, può distogliere la mente dai piccoli cani che ogni giorno ti corrono incontro per vedere se c’è modo di farti a pezzi? Funziona, tenersi caldo a vicenda? Io ci ho provato, ma non sembra che ci riesca. del resto, non è cosa che debba riuscire. Non dovrebbe essere un altro esame. Esiste una magia basata sull’amore? Quanta bellezza, quanta morte intorno a me! Mann, Hoffmansthal... I tedeschi arrivano qui e subito pensano alla morte. E io sono venuto qui a celebrare l’esatto contrario. Un Lovati, stavolta, è davvero per sempre. E poi l’altra notizia. Molto deve ancora accadere, e sembrava che il passato fosse così ingombrante. Le vite degli amici che non vedi per anni appaiono cristallizzate nell’istante in cui li hai lasciati. E affiora quasi un lieve disappunto nello scoprire che, anche senza di te, hanno continuato a vivere e a cambiare il mondo e se stessi. Come vi permettete? Un sorriso smentisce questo forzato e letterario cinismo. Ho voglia di un gelato. Qui a Santo Stefano andrà bene. Giorno, notte, giorno. Un campo che dodici ore fa invitava alla confidenza è ora uno sfondo da cartolina. Il pomeriggio stempera nei colori che si disfano come sul viso di una donna truccata male in un giorno d’estate. Tutto scontorna e una quiete presaga di cose che dovranno avvenire invade il mio animo come una marea lenta e sicura. Avessi il coraggio, parlerei di lei. Ma ho letto gli incantesimi, e la magia è basata sulla paura. E ci risiamo. Da dove viene la nostra sapienza, Klein Johann? Da una storia scritta in rune sul fianco di un leone greco. E dove va a finire? Ora un vaporetto culla le mie braccia pesanti e l’ebete sorriso su un sentiero d’acqua. Un dolore improvviso mi distrae dalla gnosi eterna (solo un poco contaminata da pensieri di donne). Mi son tagliato con un vetro rotto. A Murano.

08 giugno

IL SIMBOLO DEL PAVONE DALL’INDIA AGLI YEZIDI

 

“... Quanti colori mostra contro il Sole splendenti

l’Iride che sulla terra dal cielo si piega,

o quanti spesso vediamo nel moto leggero

del collo degli Uccelli, che Giunone al suo carro

volle primi aggregare, nelle penne superbe

intessendo i cent’occhi d’Argo luminosi.”

 

Il Pavone è il simbolo della superbia: d’accordo, questo lo sappiamo tutti.

 

C’è una magnifica e vertiginosa incisione di Bruegel che ritrae l’allegoria della superbia (o vanità) e che, in un afflato enciclopedico, pone l’uccello dalla gran coda a ruota al centro di una galleria di simboli della caduca venerazione che l’uomo ha verso se stesso: specchi, costumi sfarzosi, tolette elaborate, in una spirale che trascina una folla di minute figurine verso l’inevitabile dannazione.

 

Ma questo ingeneroso trattamento riservato al policromo pennuto è cosa recente (se confrontata ai tempi immensi e quieti della storia dei simboli e della Tradizione) e ascrivibile quasi esclusivamente al mondo cristiano: l’identificazione del pavone e della peccaminosa superbia ha la sua prima formulazione famosa nel Physiologos, trattato ellenistico-cristiano che cataloga il regno animale creatura per creatura associando a ognuna un fervorino moraleggiante.

 

Per contro, in India il pavone è sempre stato simbolo di una magnificenza, di uno “splendore” che in quella cultura soave sempre accompagna l’idea di beatitudine e quasi la fa visibile: il Signore Indra, l’incoercibile potenza fecondatrice che arricchisce il mondo e lo domina con la folgore, ha tra le sue prime epifanie uno stupendo pavone, e Saraswati, la saggia e benevola patrona della conoscenza e della parola sacra, è raffigurata con pavoni ai suoi piedi.

 

L’allieva incostante dell’India, la Grecia, vedeva invece due pavoni aggiogati al carro di Era, madre e sposa, protettrice delle puerpere e nume del “mondo che continua e si sviluppa”, mentre un’immagine di potenza antica e incontrollata dipingeva sul mostro Argo i mille occhi che decorano la scenografica coda dell’uccello.

 

(Il passo che ricorda queste occorrenze del pavone nel mito greco viene da un poema alchemico del XVII Secolo, ci torneremo...)

 

Insomma, nelle tradizioni politeiste il pavone sembra essere associato a due particolari attributi divini, che nel nostro povero linguaggio possiamo tradurre coi termini “splendore” e “generosità” (mi piaceva molto anche “feracità”, ma è un poco letterario): i quali subito rimandano a un’origine comune, l’idea di “abbondanza”.

 

E l’accostamento alla Vergine divina custode dei segreti, e al mostro, insegna che tale magnificenza si svela all’iniziato mercé il superamento del metus dei, che si attua esotericamente trascendendo l’aspetto “terribile” del sacro e acquisendo così con esso quella “familiarità” che è dei liberati in vita.

 

(Vengono in mente due nomi divini cari alla tradizione sufi, “l’Inviolato” e “il Vicino”, e pure su questo torneremo...)

 

Il sospetto nietzscheano e eliadiano a questo punto si può rivelare: la condanna del pavone sembra sorgere da un larvato rifiuto di questi aspetti regali e sovrabbondanti della divinità, e insieme delle vie misteriose che gli uomini sperimentavano per goderne i doni; il nuovo dio, legislatore inaccessibile o amico degli umili e vittima anch’egli, rifiutava ogni legame con l’abbondanza e in più ai suoi occhi non v’erano privilegiati.

 

Così le genti del pavone, amanti della magnificenza divina, passarono per superbi e caddero come la folgore.

 

Anche fra coloro che adorano un solo dio, però, v’era qualcuno che rammentava i giorni del pavone e l’antica fede nella bellezza del sacro.

 

Nella rappresentazione delle schiere angeliche (una delle vie attraverso cui il politeismo ha cercato scampo nei tempi nuovi), sono i Cherubini a fregiarsi di penne di pavone sulle ali: i molti occhi figurano la perfetta conoscenza di Dio che questi esseri hanno e non dividono né coi mortali, né con gli altri immortali; naturalmente, la nuova visione stracciona del divino avverte un rischio nella venerazione di esseri così vicini alla conoscenza divina e lontani dall’amore divino, e così li danna volentieri (due Cherubini famosi erano, credo, Azazel e Beelzebub, poi passati alla storia come diavoli).

 

Sul versante islamico, il poeta sufi (ve l’avevo detto che ci saremmo tornati) Farid Attar Ad’Din va ricordato perché nella sua opera mistica La lingua degli uccelli racconta il viaggio di trenta uccelli alla ricerca del loro Signore, il misterioso Simurgh (fra essi c’è naturalmente un pavone, di grazia incomparabile): quando il loro viaggio ha termine, ricevono la rivelazione che essi stessi sono Simurgh e che la perfezione del Signore degli uccelli sorge dalle qualità di tutti loro.

 

Anche la tradizione ermetica (ecco pagato l’altro mio debito) serba memoria del pavone: secondo gli alchimisti, una delle fasi che la materia attraversa nella sua trasformazione dalle forme più grevi a quelle più nobili (prossime allo stadio spirituale) è contrassegnata da una policromia iridescente detta cauda pavonis, che nell’economia della manifestazione universale è legata al momento della “produzione delle forme” cioè proprio della fertilità sacra e naturale che moltiplica gli esseri e arricchisce il mondo.

 

Ma naturalmente l’esempio più importante di sopravvivenza del simbolo del pavone nel mondo moderno è rappresentato dagli Yezidi: sono i devoti di Malak Ta’us, l’“Angelo Pavone” che fu cacciato dall’albero cosmico dall’uccello-Dio con un colpo di becco e che tornò, dopo aver spento con le proprie lacrime le fiamme dell’inferno, a mitigarne la furia.

 

Mediatore e salvatore dalla dannazione, giustificatore del mondo e degli esseri tramite lo splendore e la molteplicità delle epifanie, Malak Ta’us è solare e angelico, ma anche diabolico: è Sheitan, che ha ricevuto l’esistenza e non ne farà dono in una obbligatoria oblazione ma semmai ripeterà il gesto di Dio donando prometeicamente la libertà ai mortali; è anche il protettore dei visionari e dei folli, di quegli spiriti sospesi fra cielo e terra che cercano incessantemente la luce dentro le tenebre e, innamorati della regalità e dell’abbondanza e dei segreti potenti (che il pavone vede coi suoi mille occhi) non amano troppo inchinarsi.

 

Ah, gli Yezidi in Iraq li ammazzano ancora.