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13 luglio IL GIARDINO DEI SENTIERI CHE SI SFILACCIANO – PARTE PRIMA
“Io sono sempre stato io; cioè chiunque disse io durante quel tempo, altri non era che io.”
Fu una sera nel Cafè Que Pasa, al numero 555 di Avenida Pablo Churrasco, che incontrai Protopelagio, l’Eresiarca di Smirne.
Si presentò come Panfilos Touttounpopoulos, contrabbandiere e lenone, per non destare sospetti, ma presto, riconoscendo in me un sodale in virtù dell’anello con l’emblema della Gran Loggia Panamericana del Sol, mi aperse il suo cuore con una spontaneità che mi sorprese.
Degli inizi della sua lunghissima vita, egli ricordava ben poco: un dolcissimo vino avestico recato da satrapi in cerca di oroscopi, bevuto coi servi sui gradini del Tempio di Serapide; la morte dell’amatissima nonna, etèra di Eliogabalo il Maggiore (l’autoproclamato Pantocrate finito sbranato dai suoi leopardi durante un’orgia), in un letto velato da cortine; il sole al tramonto sul petroso deserto siriaco, percorso da spiriti velocissimi e rapaci.
Da questi racconti vaghi, dovetti dedurre che Protopelagio era nato verso il 120 dopo il Nazareno: dunque, quando scrisse la sua opera maggiore, vale a dire la perduta Enneaparalogomenomachia, aveva circa 350 anni.
Un’innaturale longevità gli toccò in sorte quando seguì il console Marco Flavio Profluvio nella sua spedizione (segnata da sorte infausta) nella Dacia Citeriore: mi raccontò l’iniziazione nel mitreo, lo scroscio di sangue di vitella (non c’erano tori per tutti i riti) alla luce delle candele fra i lazzi triviali dei legionari; in verità, non fame d’onori militari né una sincera vocazione per la violenza lo avevano spinto a tale impresa, bensì una via di mezzo fra affezione e subalternità economica, inquantoché egli era il favorito tanto del console che di sua moglie Aspirina.
Fu poi al séguito di Profluvio in terre più remote e brumose, dove la centuria si disperse nella nebbia e lo stesso console cadde in un agguato dei barbari, un popolo che designava se stesso col nome Kur-gur-guur, dalle abitudini lascive e dal fiato greve: Marco Flavio Profluvio scelse il suicidio, perché aveva letto gli scritti di Ippomedonte Stoico (il quale, mi assicurò il mio interlocutore, morì a novant’anni strozzato da una perla nel vino, che non s’era sciolta completamente); Aspirina si adattò abbastanza facilmente e presto divenne la fattrice preferita del capo Ariostranno.
Ma lui, Protopelagio, riuscì a fuggire nascosto dentro un uro paziente e tardo, e fu in quella fuga che il suo destino fu deciso.
Inoltrandosi nelle steppe di quella che identificai (con incertezza) come la Bassa Curlandia, il giovane si imbatté in una città dalle lucide mura di basalto, istoriate di una scrittura fitta quale aveva intravisto, fanciullo, su certe tavolette trafugate da Ur: qui, quasi del tutto congelato e inselvatichito dall’intimità coi barbari e poi con l’uro, egli fu accolto, deterso con latte di capra e sottoposto a cure salvifiche e trasformatrici, che ritardarono miracolosamente il suo invecchiamento e gli donarono una salute non comune (a 400 anni fu brevemente afflitto dall’acne).
Non gli riuscì mai di ritrovare quella città, i cui abitanti (mi disse) erano piccoli e scuri come i Siculi, e del pari silenziosi: ma quando si avvide del suo stato, pensò dapprima di dedicare i secoli che improvvisamente gli si squadernavano dinanzi allo studio e all’acquisizione della saggezza; per prima cosa, tornato nelle terre dell’Impero, si fece ricevere dal filosofo Appo Curzio Nutella e fu introdotto ai misteri di Iside, che in quel tempo si affermavano a Roma.
Incontrò anche i neoplatonici Menone e Collirio, che gli appresero la teoria secondo cui tutti i mondi e gli Eoni non sono che gli spastici moti del petto di un’oca di nome Pistis affetta da singhiozzo, ingozzata senza posa dal Demiurgo: tuttora, certi dettagli di questa raffinata cosmologia gli sfuggivano.
Il suo primo contatto col Cristianesimo avvenne per opera di Gedeone, un asceta nubiano che viveva sopra un filo della biancheria in disuso, nel deserto alle soglie di Ippona: anche Protopelagio sperimentò per qualche tempo la vita dell’anacoreta, ma dopo circa sessant’anni venne alla conclusione che un siffatto costume non s’adattava a individui longevi e soggetti al tedio come lui.
Così tornò nel mondo e si diede all’attività più di moda: divenne un teologo.
Nelle sue opere maggiori (delle quali, nei secoli successivi, pubblicò meticolose confutazioni e infine un’edizione critica, verso il 1850) sostenne che la dottrina della Vita Eterna non godeva dell’originalità che ad essa era comunemente tributata, e guadagnò fama e onori, ma si fece anche qualche nemico: finì per essere dichiarato eretico nel settimo secolo, in un concilio tenutosi ad Alessandretta; mi confidò di aver partecipato al concilio sotto mentite spoglie, e di aver trovato del tutto ragionevoli le ragioni della sua condanna postuma, e tuttavia gli fece male vedere i suoi libri dati alle fiamme per ordine del pio basileus Leone Amarico. |
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