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30 agosto

L’OMBRA DEL CASTELLO SULL’ACQUA

 

“E il giovane fiume fuggiva, ilare e fosco, alla piana

come il cuore che oppresso dalla sua troppa bellezza

per trapassare amando

nei flutti del tempo si scaglia.”

 

La Germania non è un Paese, è una declinazione appena possibile dell’idea di Europa.

 

Nella sua storia, nei resti sovrabbondanti del suo passato influenze romane, francesi, slave, fiamminghe, italiane, perfino britanniche quasi scusano la germanicità nascosta nel profondo; e quanto, nel loro romantico orgoglio ottocentesco, viene da Napoleone?

 

La Germania è cosmopolita suo malgrado, come osservava Thomas Mann, e costruisce la sua identità da frammenti di altre nazioni, delle quali deve sempre mostrarsi migliore: proprio perché le imita.

 

Ma Vercors, in un racconto che non ha eguali per delicatezza, suggeriva la via per sentire l’anima tedesca fluire senza infingimenti: ascoltare la musica.

 

C’è stato un momento, nel viaggio, in cui le note della Seconda Sinfonia di Schumann hanno incontrato (indubitabilmente) il paesaggio, e un contatto misterioso si è realizzato: il modo tedesco di raccontare il passato è inventarlo, rimaneggiarlo secondo idee musicali; farne, infine, una forma astratta, affinché non somigli più a nulla e uno spirito innamorato dei cieli possa amarlo come fosse cosa celeste.

 

Questo racconto è parte favola e parte letteratura, e di rado consegue l’immediatezza del mito: anche le fosche vendette dei Nibelunghi, anche il canto della Loreley che perde i naviganti sul Reno sono ancora troppo “composti”, a raccontarli in verbis; ma fatti musica, gli avvenimenti acquistano una terza dimensione, si staccano dallo sfondo e ti vengono incontro.

 

E’ allora, che anche una cosa semplice come la confluenza di due fiumi, vista di notte, sotto l’ombra di un canuto imperatore di bronzo, diventa emozionante e sa di universale: e paradossalmente, nella cultura tedesca (autenticamente tedesca, intendo) è l’universale che permette di comprendere il particolare, di modo che i tre Reich risultano pretestuosi e antistorici solo per chi rifiuta di vedere la loro continuità, che è sovra-storica.

 

Viaggiare per la Germania, seguendo le rive tortuose del Neckar, del Reno e della Mosella, è viaggiare per l’Europa nel suo senso più generale: è un gesto d’affetto e di rispetto per me stesso, un gesto letterario e musicale.

 

E nella valle riposta di Eltz, il castello dalle molte torri si disegna capovolto in un’ombra sulle acque del ruscello, che gli si accoccola ai piedi come un gatto, e racconta tutta la pace del mondo: quella per cui vale la pena combattere infinite guerre.

04 agosto

IL TORNIO DELLA MENTE

 

“Credo che le mie giornate e le mie notti eguaglino in povertà e in ricchezza quelle di Dio e quelle di tutti gli uomini.”

 

Anni fa, reso perplesso per avermi la natura prodigato il dono di alcuni mezzi talenti ma risparmiato la maledizione di un talento intero, decisi di dedicare la maggior parte del tempo che mi restava da vivere alla matematica.

 

Ai molti che, negli anni, mi han chiesto la ragione di quella scelta, ho avuto agio di rispondere in modi diversi e tutti veri: che la matematica si confà a uno spirito puro quale io voglio diventare, che Platone avvertiva di non tentare la filosofia se non si conosce la geometria, che questa è la sezione del sapere umano che meno risente delle offese del tempo, che l’utilità pratica di un qualsivoglia lavoro mi avrebbe un poco infastidito, che nel regno dell’astratto si gode una libertà potente, che avevo voglia di provare una cosa da tutti (e da me per primo) ritenuta difficile.

 

Ma la verità, anche se quel giorno a Roma in cui maturò la mia determinazione non la sospettavo nemmeno, è che volevo trascorrere giornate come questa.

 

Non è semplice spiegare in che consista la mia occupazione abituale a chi non disponga almeno di un po’ di quel linguaggio tecnico in cui i matematici si compiacciono: e ovviamente, per uno che si rovina gli occhi sui trattati alchemici, questa incomunicabilità ha uno scintillante fascino “esoterico”...

 

Il punto di partenza, la grezza hyle da cui parte il mio lavorìo è spesso banale: sto preparando un teorema sulla molteplicità delle soluzioni di certe equazioni, fondato su una estensione e una precisazione di un precedente risultato pubblicato dal mio maestro, sicché (come spesso capita a noi apprendisti) il mio lavoro non dovrebbe richiedere idee veramente “nuove”; piuttosto, umbrae idearum adattate a un nuovo e più generale contesto.

 

Per una punta di orgoglio, preciserò che in altri miei lavori v’era maggiore originalità: ma la gioia di cui voglio parlare non è quella di avere un’idea nuova (una gioia che sperimenta chiunque, non del tutto privo di capacità, si applichi a una qualsiasi disciplina) bensì una diversa, più riposta gioia.

 

Insomma, il mio lavoro di questi giorni (che vorrei poi proporre a un professore delle terre danubiane per scriverci su un articolo a quattro mani) è un paziente e silenzioso labor limae fatto di conti accurati e di stime (sono diseguaglianze che permettono di predire, se una variabile cresce, quanto crescerà un’altra variabile da essa non esattamente dipendente), che riempiono i quaderni e la mia lavagna di segni minuti e blu, che di tanto in tanto i miei genitori osservano con l’aria che si assume alle mostre d’arte moderna.

 

Una di queste stime, trovata in un articolo recente, non mi soddisfaceva appieno per la sua dimostrazione troppo complicata e perché la costante che vi compare non è la migliore possibile: uno dei pregi della matematica, infatti, è che qualche volta si può asserire con certezza di aver ottenuto il risultato più preciso non solo fra quelli già noti, bensì nel più elusivo e inesplorato mondo della possibilità.

 

Avevo così messo da parte quella stima, dopo qualche tentativo svogliato di perfezionarla, ripromettendomi di ritornarci su con calma, come quando si dice “Prima o poi dovrò sgomberare il garage” o “Eh sì, dovremmo proprio sposarci”.

 

Ma, terminate le altre parti del lavoro, la costante si è ripresentata alla mia coscienza con l’evidenza di un ricordo vergognoso: emendarla era tanto più necessario, in quanto questo mio lavoro non presenta grandi novità, quindi il suo massimo pregio (sempre che ne abbia alcuno) non può che essere l’accuratezza; del resto, mi sono detto, non è questo il mio mestiere?

 

Dunque, ho liberato la mia mente angusta dai pensieri superflui e, per coprire il rumore di fondo di altri pensieri che non riesco mai a eliminare, ho alzato il volume della musica: un’accozzaglia disarmonica che comprendeva Bach (da sempre prediletto dai miei “colleghi” illustri), Sonny Rollins, i Popol Vuh (grazie, Lunatico!) e i Genesis man mano che cresceva la stanchezza e suoni più rozzi si rendevano necessari per tenermi il cervello pulito.

 

Per tre giorni, escluse le serate che ho dedicate o gozzoviglie animalesche (sto enfatizzando), ho duellato in punta di pennarello blu con l’orrida costante, sbagliando, cancellando, compulsando i due o tre libri che mi son portato a casa (e che, come per Ramanujan, costituiscono al momento tutto lo scibile matematico cui posso attingere): più volte mi sono sentito sul punto di risolvere il problema, sorprendendomi poi nel contemplare, sullo sfondo del mio errore, una struttura più elaborata e sottile di quella che avevo immaginata.

 

La verità è emersa a poco a poco, come un regno coperto di alghe e coralli da cui l’oceano si ritiri dopo millenni di silenzio verdastro: dapprima una marea di conti disomogenei (solve), poi una dimostrazione più semplice (coagula), poi una tassonomia utile a distinguere casi diversi (solve), poi l’intuizione che alcuni di essi si potevano unificare (coagula), infine il discrimine perfino ovvio, la rivelazione della simmetria impropria che va cercata in modi diversi secondo che un certo numero sia pari o dispari!

 

Anche Khunrath avvertiva che al termine di un’operazione alchemica ben riuscita il risultato deve avere il connotato divino della simplicitas...

 

Nessuno creda che io stia qui descrivendo chissà quale processo geniale o avventura del pensiero: è, semmai, proprio il contrario, un faticare al tornio della propria mente per tirar fuori un oggetto intellettuale funzionante e grazioso; è una devozione artigianale quella di cui parlo, e modesta.

 

Ma, e qui sta la somiglianza con quel’artigianato dello spirito che è la magia, di cui scrivo spesso, il lavoro a questo particolare tornio modifica e assottiglia non meno l’artefice che il manufatto.

 

Mi accorgo che, per drammatizzare, ho usato espressioni e un ritmo che alludono a una lotta, a un travaglio un poco furioso per  descrivere la mia attività, e non è sbagliato questo, perché l’avvicendarsi di errori e avanzamenti in una dimostrazione è simile alla lotta di Giacobbe con l’angelo; tuttavia, mi credereste se vi dicessi che, anche nell’irritazione dei fallimenti, perfino nella soddisfazione della “vittoria” finale, non mi abbandona mai una sensazione di quiete profonda?

 

In questo credo si manifesti l’aspetto della matematica come disciplina, in tutti i possibili sensi del termine: è proprio quell’adattamento e “assottigliamento” dell’intelletto (e, con esso, dell’essere intero) dello studioso, che si produce durante il lavoro, a far sì che ogni fase mi trovi diverso e pronto a essa, e a generare quella sensazione di quiete.

 

Anni fa, un esoterista molto colto e brillante mi chiese, un poco burlescamente, se studiando matematica io riuscissi ad aprirmi “dimensioni parallele”: non gli ho mai risposto, ma credo che se capitasse in Calle Maipù troverebbe interessanti queste considerazioni di oggi.

 

Ora la nuova costante, la migliore possibile, se ne sta scritta in un angolo della lavagna, seguita da un quadratino che significa quod erat demonstrandum: non cambierà nulla nel mondo, tranne me.