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26 settembre

DISCORSO SEMISERIO INTORNO AL LEONE ROSSO E AL LEONE VERDE

 

“Subito si nutre di carne di pavone

e poi beve il sangue del verde leone,

che Mercurio porge con dardo di passione

dentro l’aurea coppa fatta a Babilone.”

 

La regalità, non v’è dubbio, ha molti aspetti.

 

In numerose tradizioni (dall’araldica ai cartoni Disney) il simbolo del leone è associato al potere regale basato sulla forza, ma esercitato con equilibrio; altre volte, però, lo stesso animale indica un dominio abusivo e tirannico.

 

La verità è che esistono due leoni, e oggi Calle Maipù 994 offre ai suoi affezionati frequentatori alcune chiavi dell’enigma che certamente li ha a lungo privati del ristoro del sonno.

 

Cominciamo dalle cose più familiari: l’astrologia occidentale conosce un solo leone, segno di fuoco ed estivo, domicilio del sole, associato a psicologie ambiziose e dominanti; il leone indica, nella ierofania dell’anno, il momento dell’apice solare, il trionfo della forza attiva ignea sulla passività liquida del cancro, sull’elusività aerea dei gemelli e soprattutto sul suo principale avversario, il toro notturno e tellurico.

 

Fin qui nessuna complicazione apparente: ma perché questo trionfo è legato al fuoco, elemento distruttore per eccellenza, e perché dopo il passaggio del leone occorre che il cosmo si pacifichi sotto il gentile dominio della vergine, prima di raggiungere un assetto equilibrato e giusto sotto la bilancia?

 

La risposta, a questo livello, è ancora molto semplice: la conquista del potere richiede talenti diversi da quelli necessari per il suo successivo esercizio; e questo vale per ogni genere di potere, incluso quello sugli astri e sugli elementi.

 

In ambito cristiano, sembra prevalere un’interpretazione del leone legata alla ferocia: il Diavolo è paragonato a un “leone che vaga nel deserto” e, nei vangeli gnostici, Jaldabaoth (l’Eone (e scusate il gioco di parole) che si impossessa del mondo dopo la sua creazione e si convince di essere Dio) è raffigurato con una testa di leone; però, nella leggenda di San Girolamo, un leone placato si muterà in potenza benefica, ci torneremo...

 

Come al solito, la vista più lunga l’avevano gli Egizi: il loro mito racconta che il vecchio Ra, stufo delle intemperanze degli uomini, plasmò una leonessa di nome Sekhmet perché li sterminasse; quella non se lo fece ripetere e si mise alacremente a sbranare la gente di Menfi; ma Ra, impietosito per intercessione della mite Hathor, ci ripensò e fece piovere sangue, sicché Sekhmet lasciò il massacro a metà per lappare il sangue da terra come un gattino.

 

In séguito, a Sekhmet fu fatto sposare il dio Ptah che era un tipo assennato, e secondo alcune tradizioni la furiosa leonessa si mutò nella gentile gatta Bastet; i suoi sacerdoti praticavano un rito noto come “placare Sekhmet” e conoscevano la medicina e la farmacopea.

 

Come sempre facciamo quando le cose si complicano, ci rivolgiamo a quell’inestimabile tesoro di saggezza che sono i testi di alchimia: qui troviamo, fra le immagini più classiche e consolidate (parliamo di simboli che si tramandano immutati dall’età ellenistica al XIX Secolo) due leoni, uno rosso e uno verde.

 

Un poemetto dovuto a un anonimo discepolo di Paracelso, dopo aver descritto dove trovare la materia prima o pietra dei filosofi, così descrive le operazioni che mediante essa si possono compiere:

 

“Chi possiede di questa cosa il fumo

sa far risplendere il leone rosso,

puro e schietto mercurio, ricavato

dal proprio zolfo, e dico veramente

di tutta l’arte possiede il principio.”

 

Dunque il leone rosso è il mercurio mondato dallo zolfo, cioè dalla sua parte più tipicamente ignea e solvente: è il primo prodotto della pietra dei saggi, tramite il quale si compiono tutte le fasi successive dell’Opera; è il “mediatore plastico universale” (nel lessico di Eliphas Lévi), e ha il colore del sangue, cioè è portatore di vita.

 

Il leone rosso, è detto nel séguito, produce la soluzione, cioè la trasformazione che purifica il sole (l’oro, lo spirito) di tutte le sue scorie: cioè il leone rosso genera il sole, e lo fa con un fuoco dolce e lento e usando e riusando le fecce della cottura, con un procedimento tipico della via umida.

 

Più frequente, nella letteratura alchemica, è il ricorso all’immagine del leone verde: la citazione iniziale, da una Cantilena di George Ripley, introduce questa bestia favolosa come insolita nutrice del Re (cioè della materia che tende allo stato aureo) nella fase della sua rinascita.

 

Il Re è perfetto nella sua natura ma impotente (sia nel senso che non è rispettato dai sudditi, sia nel senso che non può generare figli), così decide di rinascere e a tal fine ritorna nel corpo di sua madre e lì si imbozzola per centocinquanta giorni per rinascere in gloria e potenza; il sangue del leone verde gli serve da alimento durante questa gestazione, ma al tempo stesso è veleno che fa imputridire il corpo della madre.

 

Altrove il simbolismo è ancora più esplicito: in un famoso dipinto alchemico, il leone verde è raffigurato mentre mangia il sole, per poi ripartorirlo purificato e rinforzato; la funzione solvente e distruttrice è anche chiarita da Filatete, secondo il quale

 

“il leone verde in verità è il drago di Babilonia che uccide ogni cosa col suo veleno.”

 

L’assimilazione di questo leone ai metalli non è chiara: Newton lo identifica con Venere, cioè col rame (e altrove il colore verde è associato alle essudazioni del rame), ma perlopiù il leone verde è detto “composto di mercurio puro e zolfo con impurità” (a differenza da quello rosso).

 

A ogni modo, emerge per il leone verde un ruolo di purificatore analogo a quello del leone rosso, ma nel contesto più drammatico della via secca, in cui i residui non sono riutilizzati ma distrutti e il fuoco è forte e aspro; ed è anche detto che le forze che ingentiliscono il creato, le “colombe di Diana” (le acque di vita), devono vincere questo leone adulandolo e così placarlo (come con la leonessa egizia Sekhmet).

 

Insomma, il leone (rosso o verde) è essenzialmente l’agente della trasformazione: è il mercurio (lo Psicopompo dei Greci) che scioglie e annacqua quando è puro, brucia ed estingue quando è composto con zolfo, ma sempre ha lo scopo di liberare l’essere dalle scorie accumulatesi in esso in un divenire casuale, per “fare il puro dall’impuro” (che è poi lo scopo di tutta l’alchimia).

 

Ma poiché questa funzione richiede una prevalenza della facoltà di distruzione su quella di creazione (il verde è più forte del rosso), occorre che alla presa del mondo da parte del leone segua una mitigazione a opera di figure femminili e virginali (o, se il leone è femmina, di uno sposo saggio e pacato) affinché si realizzi il mirabile equilibrio cui tutto tende.

 

Tornando al tema della regalità, dunque, si comprende perché il passaggio dal leone alla bilancia si compia sotto l’influsso della vergine: e si capisce come nel conquistatore solare (per esempio Alessandro Magno) vi sia troppo del distruttore perché egli possa stabilire un dominio sereno e duraturo sul mondo, dopo aver svolto la sua essenziale funzione di semplificazione e riduzione all’unità sul cosmo frammentato e fluttuante che lo precedeva.

20 settembre

ENTRA IN QUESTO AMORE BUIO

 

Recensione immaginaria di film italiano probabile, dedicata a Outsidefieldvoice

 

Enrico (Raoul Bova) è uno scrittore tre volte premio Nobel, sposato con Anna (Giovanna Mezzogiorno), gallerista affermata, ma insoddisfatto.

 

Mentre guarda passare la sua vita, giunto alla crisi dei 43 anni e mezzo, accade qualcosa che lo costringerà a rimettersi in gioco: andando a prendere il figlio diversamente abile Maicol (Silvio Muccino) a una manifestazione, incontra Giulia (Jasmine Trinca), compagna del figlio ed epilettica.

 

Giulia, ragazza ribelle in fuga da una madre oppressiva (Stefania Sandrelli) che è anche la psicanalista di Enrico, si aggrappa a lui chiedendogli sicurezza; fra i due nasce un rapporto molto teso ma allo stesso tempo tenero, mentre Maicol si strugge per la gelosia e infine tenta il suicidio: non ci riesce, ma la sua disabilità cresce del 12 %.

 

Intanto Anna, sentendosi trascurata, investe il suo affetto su ‘Ndousu (‘Ndousu Mangusta, alla sua prima apparizione), un ragazzo ivoriano omosessuale con un talento per la pittura ma che preferisce sbarcare il lunario con lavori precari.

 

Quando Giulia coinvolge Enrico nella distruzione del McDonald dove lavora ‘Ndousu, la famiglia di Enrico ha l’occasione di riflettere sulla propria rete di rapporti e su tutto il taciuto di una vita insieme.

 

Pippo Mammarella (classe 1955), qui alla sua prima prova da regista, intesse in "Entra in questo amore buio" un racconto duro e dolce, fatto di sussurri e grida, con un coraggioso gesto di denuncia, e sembra volerci domandare, con impietosa sincerità: chi, nel mondo di oggi, può dirsi innocente?

 

Chi può costruirsi la propria felicità senza lasciare dietro di sé una ragazza che si rotola per terra con le convulsioni e un negro carbonizzato?

11 settembre

ABBIAMO SBAGLIATO TUTTO

 

“Non siete certo voi che li avete uccisi: è Allah che li ha uccisi.  Quando tiravi non eri tu che tiravi, ma era Allah che tirava, per provare i credenti con bella prova. In verità Allah tutto ascolta e conosce.”

 

Capito?

 

Bastava leggere il Santo Corano: non erano stati loro, poverini, era stato Allah!

 

Inutile dire che a questo punto le nostre possibilità di difenderci cambiano, come dire, in modo critico.

08 settembre

ANDARE INCONTRO ALLE PARCHE

 

“Non so cosa ci sia di divertente. Nessuno si accorge di ciò che facciamo. A nessuno gliene importa. E si lamentano sempre: troppo stretto, troppo largo, troppo insolito, troppo normale... Non è mai come lo vogliono, e se noi diamo loro ciò che credevano di volere, ne restano ancora più insoddisfatti: ‘non credevo sarebbe venuto così’, ‘lo volevo come quello che avevo prima’...”

 

Fra tutte le rappresentazioni delle Parche che ho visto, la più inquietante è forse quella escogitata da Neil Gaiman in Sandman: una vecchia, una donna di mezza età e una ragazza che sferruzzano in un salottino inglese sorseggiando tè, chiacchierando e scambiandosi continuamente i ruoli, un poco stizzite per l’ingratitudine dei destinatari dei loro “lavori a maglia”.

 

I Greci riconoscevano parecchie triadi femminili legate al fato o alla vendetta: secondo le occasioni, le chiamavano Moire, Gorgoni, Graie, Ninfe Stigie, Eumenidi, Esperidi, Erinni, Furie e naturalmente Parche.

 

Nella storia di Perseo, addirittura, l’eroe deve affrontare tre volte gruppi di tre sorelle infernali, di volta in volta compiacendole, ingannandole e infine uccidendone una (con il quale gesto, però, riduce all’impotenza anche le altre due).

 

Inoltre, l’iniziato sa che Selene, Artemide ed Ecate sono Dee lunari corrispondenti a tre delle fasi dell’astro: la Quarta Dea (corrispondente alla luna nuova) è velata e inconoscibile, e rappresenta la sintesi degli aspetti impersonati dalle tre dee manifeste, non diversamente da come l’indaco riassume simbolicamente in sé gli altri sei colori dell’iride.

 

Nella mitologia norrena, le tre sorelle fatali prendono il nome di Norne: incappucciate, onniscienti, siedono presso una delle radici del frassino Yggdrasill (che è come dire: presiedono a uno dei fondamenti del mondo) e il loro vaticinio è verità definitiva e inappellabile, alla quale lo stesso Odino deve rassegnarsi.

 

Anche i Celti conoscevano la Triplice Dea, e la chiamavano Morrigan: raffigurata come tre donne in armi, la si invocava prima della battaglia perché infondesse nei guerrieri il furore.

 

Il Cristianesimo, alla lettera, non riconosce alcuna Dea, ma presenta diverse triadi femminili nelle raffigurazioni della risurrezione di Gesù: credo che significhi che nel Tempo Nuovo le potenze fatali non reggono più il mondo e la morte, che è la pietra angolare della visione fatale del mondo, è sconfitta.

 

Nella cultura pop, oltre a Gaiman (che è la quintessenza del pop), questo mitologema compare nel cinema di Dario Argento, nel film d’animazione Appuntamento a Belleville, nella frontline di alcuni gruppi musicali femminili e nel logo del pandoro Le Tre Marie.

 

Non fateci caso.

 

Io mi sono imbattuto nella Dea Trina questa estate, discendendo il Reno: a Worms aveva attratto la mia attenzione un bassorilievo raffigurante tre sante perfettamente uguali, prive di qualsiasi elemento di riconoscimento e incoronate, che una guida riconduceva a una rilettura cristiana del culto romano-germanico delle Dee Madri; poi, in un museo di Bonn, ho visto una stele romana che ritrae queste Matronae Aufaniae, recanti frutti e portanti (due su tre) grandi copricapi solari (ci sono le foto).

 

Ho trattato tutte queste trinità muliebri come una cosa sola, e non saprei spiegare compiutamente il motivo.

 

Ci provo comunque: nella mentalità mitica, non vale il principium individuationis, cosicché figure differenti e anche contrapposte possono esprimere aspetti o funzioni diverse della medesima entità; ciò che le unisce non è l’individualità ma la personalità, che esiste al livello divino e ha principalmente a che fare con la volontà profonda.

 

Così, è lo stesso essere che presiede alla tessitura del fato e poi al suo compimento: come Parche, le Sorelle stabiliscono la legge che tiene insieme il mondo e tracciano il destino degli uomini; come Esperidi, mettono in atto la sorte eccezionale di Eracle chiamato a trascendere la condizione umana; come Furie, puniscono il sacrilego che ha violato la legge.

 

Anche il tema del furore è in armonia con la natura di queste divinità: il loro prescelto appare posseduto e folle, ma in questa follia può compiere gesta memorabili, perché sta agendo semplicemente secondo il suo destino, consegnandosi a esso con entusiasmo invece di opporre le prudenti obiezioni della ragione (il ruolo delle Valchirie nell’ispirare i guerrieri vichinghi non era troppo diverso, e chissà che i terroristi musulmani di quest’epoca non sentano tre voci femminili, mentre si apprestano a morire per il loro machissimo Dio).

 

Il motivo per cui le Parche sono tre è, credo, lo stesso per cui sono donne: il tre esprime la molteplicità in sé (“Il tre produsse tutti i numeri”), e l’elemento femminile ha anch’esso un carattere molteplice a caotico, sicché una triade di donne è la raffigurazione perfetta del mondo-come-è (a volte mi sento tanto Heidegger) che osserva solo le sue leggi ancestrali e si ribella a ogni ordinamento esterno, fosse pure quello tentato dal Grande Dio Legislatore (Zeus o Odino).

 

Le due sculture incontrate in Germania, mentre discendevo lungo il fiume del mito, sono una rivelazione potente di come i simboli attraversano le religioni e le culture, si insinuano in visioni del mondo apparentemente incompatibili e da lì (dai secoli, dalla pietra) dirigono implicitamente il corso dei nostri sogni e delle nostre azioni: inevitabili, come il disegno delle Parche.