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31 marzo

LA METAFISICA ATTRAVERSO LE CANZONETTE/2

 

Continua l’entusiasmante ricognizione di Calle Maipù 994 nell’enciclopedia dei testi di canzoni (con una preferenza verso gli autori snobbati dagli esperti, più che altro per evitare confronti) alla ricerca di tracce misteriosofiche.

 

Ah, naturalmente che queste siano in qualche modo collegate alle intenzioni degli autori non ci interessa affatto!

 

IL SIMBOLISMO HORIANO E SETIANO IN ALAN PARSONS

 

“Follow the pilgrim to the Temple of the Dawn

the altar’s empty and the sacrifice is gone.”

 

Alan Parsons, che un amico noto come il Vecchio Rocker definisce sprezzante “il fonico di The dark side of the moon”, insieme al suo sodale Eric Woolfson, ha composto/prodotto dischi che sono una vera miniera di allusioni interessanti alle zone oscure della realtà e del mito.

 

Orecchiabili, facili, perfino sentimentali, i suoi pezzi hanno spesso un volto nascosto che si rivela solo nel confronto con il resto dell’album o di tutto il corpus parsoniano: per esempio, il tema ricorrente del gioco d’azzardo, sviluppato in The turn of a friendly card ma in qualche modo presente ovunque, assume la fisionomia di una meditazione sul fato, e la follia dionisiaca di (The system of) Doctor Tarr and Professor Feather si prende il primo piano nel tardo Freudiana dipingendo un mondo di immagini e significati che solo l’ebbrezza del folle sa districare con naturalezza...

 

Ben due album sono ispirati al mondo immaginale egizio, Pyramid e il celebre Eye in the sky: il primo è un affresco osiriano, che trae spunto dalle vivide descrizioni della Duat e del viaggio nell’oltretomba delle anime sulle orme del Dio Nero (Osiride stesso, dopo il suo smembramento rituale da parte del fratello Set) per parlare della caducità di tutte le cose e della necessità di abbandonare i propri affetti sulla soglia di nuove esperienze.

 

Ma è in Eye in the sky che Parsons e Woolfson offrono una più profonda interpretazione del mito fondamentale della Gente del Fiume, che affidava ai nemici divini Horo e Set il riflesso celeste della dualità così evidente per loro nella natura (il fiume portatore di vita e il deserto mortifero) e nella storia (le corone dell’Alto e del Basso Regno, unite in una complementarità magnetica e sempre provvisoria).

 

Il pezzo che dà il titolo all’album è giustamente famoso: naturalmente non mancano ipotesi fantasiose sul suo significato (l’ “Occhio nel Cielo” sarebbe la telecamera di sorveglianza di un casinò), ma non è difficile riconoscervi un monologo di Horo il Vecchio, o Har-wer, divinità celeste originaria, misteriosamente presente in tutti i sovrani del mondo divino e sempre ritornante fino alla sua completa epifania attraverso Horo il Giovane, figlio postumo di Osiride e avversario di Set.

 

Questo Horo è il Cielo, primordiale, puro, imperturbabile, di cui lo stesso Ra (il Sole che si manifesta nel disco luminoso di Atum) non è che un “momento”, un avatar relativo a una fase della manifestazione universale: Horo dimora “lassù”, il suo regno è collocato prima della storia e niente può scuoterlo o sorprenderlo, infatti dice

 

“Don't ask me, 
that's how it goes 
’cause part of me knows

what you're thinking.”

 

Ma il mondo oggettivo di cui questo Horo è il Signore è un’illusione, è un vuoto scuro popolato di forme senza vita (che talvolta si raffigura nel serpente Apopi, intento a ingoiare il Nilo per riassorbire tutto il creato nel suo ventre buio), tanto che Horo stesso prende in giro il suo devoto confessandogli che

 

“Believe me,

the sun in your eyes

made some of the lies

worth believing.”

 

Geniale, il sole che è sempre l’epifania della verità diventa qui il tramite dell’illusione!

 

All’estremo opposto c’è Set, che rappresenta la forza fissante e letale del mondo della manifestazione individuale: suoi sono il deserto rosso, il fuoco e il violento vento del sud (Set è identico al greco Tifone, e qualche volta anche ad Ares) ma non è banalmente una potenza distruttrice in quanto favorisce l’emergere della coscienza, della personalità.

 

Set è anche padre del dubbio, che smaschera l’apparente immutabilità del mondo oggettivo e lo infiamma di emozione e sensazioni contraddittorie: il suo controcanto è in You’re gonna get your fingers burned e culmina in

 

“Watch me closely, understand

that what you see is only an illusion?

If I’m wrong and you are right

I will light your darkness with confusion.”

 

Questi due poli oggettivo e soggettivo (seguo l’interpretazione dei Scwaller de Lubicz e di quel matto di Aquino sul ruolo di Set) sono inscindibili, tanto che Horo e Set (che a rigore sarebbero nipote e zio) sono spesso indicati come “gemelli”: e infatti ecco Gemini, che esprime questo legame forzato fra opposti ce non possono fare a meno l’uno dell’altro.

 

A proposito, se parlo di figure mitiche come Horo e Set con tanta familiarità è perché sono convinto che tutti questi dèi esistono davvero: per una opportuna definizione di “esistere” (come direbbe il mio amico Oblomov, che a dispetto dell’apparenza è un individuo molto furbo).

 

L’uomo è sospeso fra Horo e Set in un’immobilità senza soluzione, che può sfociare in una paralisi dettata dal panico di “toccare qualcosa”, di turbare l’equilibrio horiano generando catastrofi (Silence and I, il pezzo più bello dell’album, con un arrangiamento orchestrale da fanfara contrapposto a una melodia dolce e spaurita).

 

Eppure, il gioco dei Neter (gli dèi) che ci manovra è sempre preferibile all’alternativa: il mondo desacralizzato e privo di orientamento in cui i templi sono deserti e i cielo non racconta più nulla, in cui un’umanità “lasciata sola” non sa a chi volgersi e rimane in balìa dell’aspetto femminile, incontrollabile e caotico della natura (Children of the moon).

 

“Nothing to live for

nothing to die for

we’re lost in the middle of a hopeless world.”

 

Curioso, perché nel simbolismo egizio la luna è Iside nel suo aspetto celeste di Hathor, che dovrebbe rappresentare la rugiada di vita che ingentilisce il cosmo: infatti è dalle lacrime di Iside che Osiride, fatto a pezzi da Set, riceve la nuova vita che gli consente di generare il nuovo sé Horo (tralasciamo i particolari tecnici perché sfiorano la necrofilia) e riprendere il conflitto col fratello in una nuova e meno fragile forma...

 

Ad ogni modo, ogni via d’uscita è illusoria o disastrosa e tutto ciò a cui l’uomo (foglia trasportata da venti divini) può aspirare è una tardiva riconciliazione con i princìpi opposti che ha dentro di sé, una pacificazione finale che faccia sospirare

 

“And some day, in the mist of time

when they asked if I knew you

I’d smile and say you were a friend of mine.”

28 marzo

SONETTO D'OCCASIONE IN VERNACOLO

Ci annunziu cu' sta littra
ca mi ficiru dutturi
ma pi' siri chiù sicuri
mi ci appresentai co' u mittra.
 
Stu sunettu ca ci mannu
pi la granni cuntintizza
ca lu cori m'accarizza
nunn'è truccu e nunn'è ingannu.
 
Matri mia, m'addutturai
accuminzanu li guai!
 
Picchì cu 'sta dutturanza
mi finiu a picciottanza!
 
Yanez, Ph.D.
22 marzo

DUE PAROLE GENTILI SULLA CRUDELTA’

 

“Il male è stato calunniato!”

 

Qui in Calle Maipù non c’è molto da fare, da quando i gauchos e i banditi sono stati quasi tutti catturati o addomesticati, e io per di più non ho talento né passione per il tango: così spesso vado al cinema.

 

Negli ultimi mesi ho assistito a tre film che mi hanno molto impressionato: sono “La promessa dell’assassino” di David Cronenberg, “Non è un paese per vecchi” di Ethan e Joel Coen, “Onora il padre e la madre” di Sidney Lumet.

 

Tutti e tre raccontano storie, senza un attimo di respiro: storie di peccato senza redenzione (o almeno senza redenzione convenzionale), i cui protagonisti commettono azioni orribili guidati non da un’ebbrezza ma da una sorta di glaciale impassibilità, da un mero calcolo dei vantaggi e svantaggi.

 

Guardateli, e confrontateli con gli uccisori dionisiaci di “Assassini nati” o coi mostri degli horror (cui di solito gli sceneggiatori offrono anche l’alibi di qualche trauma, tipo “Be’, certo, è sfigurato, quindi ammazza le ragazzine”).

 

Non c’è bisogno di aver esplorato con grande profondità il mondo satanico per rendersi conto che quello che chiamiamo “il male” non ha nulla a che fare con l’estasi (che sempre è invece riconducibile a esperienze spirituali, anche quando camuffate dalla più terragna carnalità, come nelle statue pornografiche dei templi bengalesi).

 

Piuttosto, la crudeltà si manifesta con l’acuminata razionalità di chi persegue un fine chiaro e concreto e, semplicemente, si serve di tutti gli strumenti utili al conseguimento di questo: il malvagio uccide suo fratello per assicurarsi un vantaggio pratico, come io o voi puliamo il parabrezza per vedere meglio la strada.

 

“Io sono freddo”, dice il Diavolo a Leverkuhn nel “Doktor Faustus” di Thomas Mann, “è a causa del posto dove vivo”.

 

Non è solo una battuta: il Demonio dimora fra le passioni, che gli conferiscono i fini e le ragioni di movimento, ma non è di questa che si nutre, bensì del movimento stesso, dell’azione; è un tipo pratico.

 

Se non credete a me, leggete LaVey: e non storcete il naso, la verità satanica l’hanno sempre detta i buffoni (da Villon in giù).

 

Un mondo che, per rappresentare il male, ha bisogno di ambientazioni esotiche e personaggi sulfurei e brillanti è un mondo in cui il male non ha ancora preso piede stabilmente, in cui esso è ancora, tutto sommato, esecrato.

 

Ma un secolo completamente satanico si riconosce dalle rappresentazioni che produce, dal suo immaginario prima che dai suoi vizi concreti: la sacrificabilità di affetti, comandamenti, consuetudini e tabù all’utile, ecco la firma di Satana, e poco importa che l’utile sia individuale o collettivo (per esempio, questo emerge con chiarezza nello scientismo e nel socialismo).

 

E in questi tre film, uno più bello dell’altro, Satana dirige e recita e non sorride mai.

16 marzo

IL DONO DI SOCRATE

 

“Lo dobbiamo a lui questo bel regalo, a quell’uomo snasato e rincagnato, a quell’avvocato degl’istinti plebei e della grettezza mentale, e alla sua perfida, tendenziosa interpretazione del ‘Conosci te stesso’ apollineo. La coscienza era già, ma era un vizio che l’uomo nascondeva in sé né aveva la fronte di esternarlo.”

 

Questa frase eroica di Savinio (ma sarebbe stata bene anche a Nietzsche) la devo a Edoardo Camurri: mentre lui ne trae le debite conclusioni in campo sociale e letterario, io vorrei provarmi a esplorare le altrettanto nefaste conseguenze del maligno ‘dono di Socrate’ in altri campi, a me più cari.

 

La scoperta della coscienza è comunemente identificata con la nascita nell’uomo dell’amore per la veracità, ma raramente si pone attenzione a quanto questo nuovo amore abbia nuociuto all’antico: voglio dire, all’amore per la verità.

 

Pensateci un attimo: tutti menano gran vanto di essere sinceri (e fra veracità e sincerità c’è già uno scarto, un piccolo scivolamento nel moralismo), o addirittura di essere del tutto spontanei (e qui si tocca il fondo), ma affermare le proprie opinioni, esternare i propri pensieri, manifestare finanche i propri sentimenti che rapporto ha con la verità?

 

I casi sono due: o la verità (qualche cosa di oggettivo, di reale, indipendente da chi la pensa e dai suoi temporanei stati d’animo determinati dalla più o meno buona riuscita della sua digestione) esiste, o non esiste.

 

Se la verità esiste, non si vede perché la sincerità, che in ultima analisi coincide col dire quello che ci passa per la testa, dovrebbe essere un modo per attingerla più efficace che l’attenta riflessione o il docile affidarsi alle parole dei saggi.

 

Se la verità non esiste, e tutto quel che diciamo è un incoerente e soggettivo balbettare, “una storia piena di furore e strepito raccontata da un idiota”, perché invece non adottare la menzogna come canone dei nostri modi d’espressione, ottenendo un duplice vantaggio: d’esser consapevoli di non dire il vero, e di poter scegliere a piacimento la versione più bella?

 

Ma non si può: l’Eden è lontano, i suoi cancelli chiusi, abbiamo rifiutato sdegnosamente i doni di Dio per gettarci con cupidigia su quelli dell’avvocato Socrate e abbiam fatto di questa giostra della verità una faccenda morale, addirittura giuridica.

 

Nulla è più vietato all’uomo post-socratico, che ha scelto paradossalmente, per conoscere se stesso, di essere incessantemente se stesso (come se per conoscere i pesci occorresse avere pinne e branchie) e in tanta libertà, ebbro, non si è ancora accorto dell’inganno: ancora non sa (ma comincia a sospettarlo) che la veracità lo ha privato del suo bene più prezioso, l’aspirazione a essere un altro...

23 febbraio

CONVERSAZIONE A SEI

 

“La Regina Rossa scosse il capo: ‘Chiamalo pure controsenso se ti va,’ disse, ‘ma io ho sentito dei controsensi in confronto ai quali questo ti sembrerebbe sensato come un dizionario!’”

 

Per ritemprarmi dal travaglio d’una lieve infermità, ho invitato in Calle Maipù alcuni amici e alcuni estranei per conversare insieme.

 

Ho invitato Borges, lo scrittore, perché molto ammiro la sua saggezza: egli, essendo quasi cieco come il cane Argo, gettato sullo sterco, ha insistito per essere accompagnato dal suo amico Bioy Casares; il che produce in me imbarazzo, perché egli odia gli specchi e la mia modesta casa in Calle Maipù ne è piena.

 

Ho invitato il filosofo Porfirio, ma non verrà: stasera cena all’Antro delle Ninfe, e noi non lo biasimiamo.

 

Ho invitato due dèi: l’Onnipotente Geova (che essendo ovunque sarà presente fra noi senza che ciò gli costi fatica) e l’ambiguo Loki, fratello di sangue di Odino grazie all’inganno.

 

“Sono confuso”, ha esordito Bioy Casares, “non so se comportarmi come una persona reale o come un personaggio di Borges.”

 

Gli ho fatto presente, con la massima cortesia, che stasera sono entrambi personaggi miei.

 

Borges non ha detto niente, sembrava assorto in ricordi vecchissimi.

 

Ho sistemato un paravento dove suppongo che sieda Geova, e un lieve lucore si è subito manifestato dietro a esso.

 

Loki ha chiesto dell’idromele caldo, ma io non ne avevo; ha dichiarato che si sarebbe accontentato del latte di capra, e anche questo non è stato facile da trovare.

 

“Le avevo chiesto di coprire gli specchi, signore: essi sono abominevoli in quanto, come la copula, moltiplicano gli uomini”, ha protestato Bioy Casares.

 

Prima che potessi fare le mie scuse, Loki dei Ghiacci è intervenuto come se volesse raccontare una storiella:

 

“Sapete, la maggior parte degli Aesir non aveva capito che vi è un legame fra la copula e la nascita dei figli finché io non spiegai loro la faccenda, recitando con grande trasporto le parti dell’uomo, della donna e del marmocchio: Heimdallr fu tanto entusiasta dell’idea, che partì per Midgard e si unì a una serva, a una donna libera e a una nobile, generando le tre stirpi degli uomini.”

 

“Io l’avevo capito da tempo che gli dèi sono pazzi,” disse Borges.

 

“No, quello l’ha capito prima Lovecraft,” osò commentare Bioy Casares (reso ardito dal fatto che il maestro dipendeva da lui per tornare a casa).

 

“In effetti, gli dèi più vecchi nascevano dal fuoco, dal ghiaccio e dallo sputo dei giganti,” ammise Loki, “quindi per loro una certa confusione era normale.”

 

“No,” corresse Borges, con voce cavernosa: “gli dèi di Lovecraft sono idioti, sono come grandi bestie che continuamente producono e consumano immagini; gli dèi come il signore qui presente (che ebbi già il privilegio di incontrare nel ’60, allorché radunai alcuni dèi per un piccolo Ragnarok in prosa), invece, offrirono la loro follia per dare ordine al mondo...”

 

“Nulla di più lontano dalle mie intenzioni!” si lamentò Loki, la Madre di Sleipnir: “Io avevo grande nostalgia del caos, e sempre ho cercato di restaurarlo!”

 

“Eppure, caro signore, nessuno più di lei ha contribuito a unire le potenze della luce contro la minaccia di nuove tenebre.”

 

“Ma se dove vivo io le tenebre avvolgono il mondo per sei mesi di seguito ogni anno! Non sei che un vecchio orbo come il mio fratellastro Odino, che crede di sapere tutto e non sa nulla!”

 

“Avere un occhio solo sarebbe già una benedizione; inoltre, mi darebbe un’idea più chiara del velo di Maya, sottraendomi all’illusione della profondità tipica della visione binoculare,” rispose Borges senza scomporsi (ma le ombre disegnavano due figure di corvi sulle sue spalle); “Ad ogni modo, quello che intendevo è che fu lei a unire Aesir e Vanir e a spingerli a sacrificarsi, o forse a fondersi in un solo...”

 

Perfino Borges, coi suoi deboli occhi, dovette percepire la luce accecante che si sprigionò da dietro il paravento, perché tacque impaurito; sollecito e blasfemo, temendo un incendio, rimossi la barriera e dietro a essa non trovai altro che l’effimera visione di un groviglio di serpi che si contorcevano.

 

In quel momento Profirio bussò con forza alla porta: “Venite con me, presto! Ci sono le Ninfe che ballano sui tavoli!”

 

Noi quattro lo seguimmo, lubrichi e sollevati.

17 febbraio

RAININ’ IN DA PINEWOOD

Shut up!

I just don’t give a damn

for what you sayin’.

All I hear now babe

‘s da voice o’da grass,

you know what I mean?

Liss’n now, babe

‘cos I’m speakin’ da truth:

it’s rainin’ like hell

on da pines downtown,

on da burnin’ tyres

an’ da basketball yards

on da ol’ cars

left aside by da street

an’ da petrol pump

where I was shot first time.

It’s rainin’ on you babe,

as you gettin’ hot

as I’m gettin’ fresh

‘cos I’m da boss now,

on da f***in’ fairy tale

you used to believe in,

I used to believe in,

yo babe.

 

(Stavolta l'ho fatta grossa...)

16 febbraio

“IL CASTELLO DEI RIFUGIATI” DI LOUIS FERDINAND CELINE

 

“Forse ho torto a lamentarmi... infatti io vivo ancora... e ogni giorno scompare qualche mio nemico!... per cancro, per apoplessia, per rimpinzamento... è un gran piacere vedere quanti ne passano!... non voglio insistere... un nome... un altro! ci sono anche i piaceri nella natura...”

 

La cifra tematica e stilistica di Céline è semplicemente la perfidia. Narratore gigantesco per ispirazione e originalità, letterato sopraffino per erudizione e coerenza, egli volle rimanere nella storia della novellistica francese nell’ingrato ruolo della Carogna, personaggio che interpretò fino in fondo con la fissità beffarda di un Franti nell’atmosfera liceale e nella rinnovata purezza della Parigi post-bellica, dominata da Sartre e dal suo nichilismo escargot. In questo libro acido e graffiante, il lettore appassionato del “Viaggio al termine della notte” e di “Morte a credito” ritrova un Céline invecchiato e, se possibile, ulteriormente incattivito: ce l’ha con tutti, i suoi pazienti nella banlieue, il suo avido editore, i nazisti ai quali si è legato durante la guerra e gli antinazisti che (dopo la guerra) spuntano come funghi dopo la pioggia, letterati e filosofi, poveri e ricchi... E fra uno sfogo e l’altro, fra gli inconfondibili “tre puntini alla Céline” e certi fulminanti  aforismi storici, prende forma piano piano un diario dei giorni di esilio a Siegmaringen, con Pétain e Laval e una manciata di crucchi allo sbando, con l’esercito gollista che fiatava loro sul collo, la RAF che li bombardava con levità e una condanna morale incombente da parte del Paese che credevano di aver servito. E la forma che prendono questi ricordi è quella di un circo, di una tragicomica rappresentazione che i potenti detronizzati mettono in scena mentre tutto rovina alle loro spalle. Ma sentite qua:

 

“La Cancelleria del Grande Reich aveva trovato per i Francesi di Siegmaringen un certo modo di vivere, né del tutto fittizio,né del tutto reale, che senza impegnare l’avvenire, tuttavia teneva conto del passato... statuto fittizio mezza quarantena-mezza operetta...”

 

Un affresco impietoso, certo, ma con qualche sprazzo di nobiltà: di quella predatoria e sprezzante che il collaborazionista Céline doveva aver ammirato nelle bande di assassini cagoulards, nelle SA e in tutte quelle cattive amicizie che gli hanno fruttato la damnatio memoriae nel dopoguerra, ma che forse per un po’ hanno placato, con lo spettacolo corroborante della violenza, la sua rabbia di stare al mondo.

10 febbraio

LA METAFISICA ATTRAVERSO LE CANZONETTE/1

 

Inspiegabilmente, la critica tende a glissare sul contenuto e sul messaggio delle canzoni pop, riservando uno speciale disprezzo ai gruppi dediti alla musica elettronica, laddove si presta grande attenzione, che so, ai messaggi politici di artisti punk che avevano sì e no quaranta minuti di lucidità al mese.

 

Calle Maipù 994, tribuna sensibile alle istanze della controcultura e dell’avant-garde, inaugura oggi una rubrica finalizzata a colmare questa grave lacuna.

 

I MITI DEL FATO E DEL DEMIURGO

NEI TESTI DEI DEPECHE MODE

 

"The grabbing hands grab all they can

all for themselves - after all

it's a competitive world

everything counts in large amounts."

 

I Depeche Mode incarnano fedelmente il lato oscuro degli Anni Ottanta: fate uno sforzo di memoria, e alle spalle (anzi, alle enormi spallone) della reaganiana età dell’oro, delle giacche fucsia, dei film di John Landis e di “Il cobra non è un serpente” vedrete occhieggiare facce pallide e bistrate, ciuffi di capelli corvini a coprire gli occhi, folle di ragazzi magri ondeggianti con aria assente (come nella spettrale scena del concerto di Nick Cave in “Il cielo sopra Berlino”) e udrete una musica martellante e fintamente ingenua, suonata senza uno strumento vero che fosse uno ma affidata a tastiere elettroniche e campionamenti sfacciati come in una tetra parodia della colonna sonora di Super Mario.

 

Sono loro: belli e dannati come Rimbaud o i personaggi di Scott Fitzgerald, solo meno belli e decisamente meno eleganti; però dannati uguale.

 

Inaspettatamente, dal regno dell’effimero emergono temi e suggestioni che rimandano al Profondo per eccellenza, il Mito (e già che ci siamo pure la Teologia): in particolare, i testi di Martin Gore rimandano a un elemento cardinale della visione del mondo che fu pagana e poi gnostica, e che, attingendo a Nietzsche e a Girard, chiameremo il senso tragico dell’esistenza.

 

Dopo aver descritto la vita sociale come uno scontro tra rapacità contrapposte, deciso da rapporti di forza meramente numerici (vedi la citazione sopra da Everything counts) e i rapporti privati negli stessi termini di dominazione e subordinazione (Master and servant), dopo aver fatto piazza pulita delle illusioni di redenzione tramite l’amore (Love in itself), i Depeche Mode osano alzare lo sguardo verso l’alto e fissarlo miltonianamente nel vuoto di comprensione che le altezze celesti riservano alle speranze degli uomini: in Blasphemous rumours, alle storie di rovina e disperazione accennate nelle strofe fa da contraltare l’agghiacciante ritornello

 

“I don't want to start
any blasphemous rumours
but I think that god's
got a sick sense of humour
and when I die
I expect to find him laughing.”

 

Chiaramente, il dio cui si rivolge questa aperta provocazione ha ben poco di personale o compassionevole: è piuttosto un demiurgo, uno di quegli ordinatori ciechi e implacabili che la mitologia gnostica scorgeva nel Vecchio Testamento, o la divinità vicaria dei Catari, e in un testo successivo (Precious) è espressa la paradossale speranza che questo dio sappia immedesimarsi nell’animo mortale per impararne la misericordia, là dove si dice

 

“If god has a masterplan

that only he understands

I hope it’s your eyes he’s seeing through.”

 

E’ questa l’essenza del tragico (e tanto più urtante per il contrasto con il suono plasticoso e artificiale delle canzoni): la presa di coscienza, non tanto della limitatezza umana, quanto del connotato inumano dei meccanismi della storia, della natura, dell’operare misterioso delle stesse Potenze celesti; in questo senso, le religioni arcaiche erano assai meno antropomorfiche delle moderne, poiché attribuivano agli dèi aspetto umano, ma una fissità di propositi che nessuna preghiera può sviare, mentre con gli dèi semitici si può sempre trattare un accordo.

 

Di fronte a questa visione angosciante, a questa rivelazione non richiesta e ardua da sopportare della cecità degli ingranaggi del destino (anche It’s no good si può ascoltare in questa chiave, e ditemi se non acquista tutta un’altra dimensione), non c’è dunque rifugio a cui correre?

 

Ricordiamo, siamo in Inghilterra negli Anni Ottanta: i velleitari sogni di cambiare il mondo propri dei decenni precedenti sono svaniti, Lady Thatcher tiene il Paese con la gentile fermezza di un’infermiera che somministri cure necessarie ma dolorose, da una parte e dall’altra del cielo si stagliano minacciose sagome di missili nucleari, nuove pesti arrivano dall’Africa e apocalissi ambientali sono al centro delle fantasie degli europei; no, non c’è redenzione nel competitive world.

 

C’è però la possibilità di fughe temporanee, c’è il vecchio sogno di vagheggiare una figura soave e comprensiva che ascolti i nostri deliri e ci tenga buoni finché la tempesta non sia passata, come nella struggente ballata Somebody, che sul ritmo del costante e fiducioso battito di un cuore tranquillo declina l’ultima preghiera, ovviamente rivolta all’umano più che al divino:

 

“She will listen to me
when I want to speak
about the world we live in
and life in general
though my views may be wrong
they may even be perverted
she will hear me out
and won't easily be converted
to my way of thinking
in fact she'll often disagree
but at the end of it all
she will understand me.”

02 febbraio

FENOMENOLOGIA DEL BLOG

“Scrivere non è niente più di un sogno che porta consiglio.”

 

Se c’è una cosa che non posso sopportare sono quelli che scrivono delle cose che non possono sopportare.

 

E’ un pensiero arduo, me ne rendo conto, uno di quelli che possono togliere il sonno per delle mezz’ore.

 

Tuttavia, “se è follia ha del metodo” (come scriveva Cervantes nelle “Novelle per osti e tintori”): mettere su carta le proprie idiosincrasie è un atto di innegabile valore catartico, liberatorio e auto-assolutorio, e per quel che ne so è la principale ragion d’essere dei blog.

 

Secondo un’indagine dell’Università Sulcitanea (Facoltà di Parodistica Involontaria), infatti, circa il 67,42% del testo che compare nei diari virtuali come questo è costituito da lamentele e recriminazioni di carattere privato o pubblico: ciò è deplorevole.

 

Ora, il 67,43%: ciò è ancora più deplorevole.

 

Ora, il 67,44%.

 

E’ un circolo vizioso, come quello dove andava sempre Hemingway quando si trovava a Parigi.

 

Comunque, ho deciso di dedicare questo intervento a una profondissima riflessione sul tema delle lamentele: dell’azione nefanda di chi si costruisce con dedizione un tempio dove innalzare statue al proprio risentimento.

 

Come sempre, la realtà vista attraverso la lente deformante del simbolismo offre una perfetta rappresentazione anche dei concetti più astratti.

 

Ieri sera, dalla mia finestrella su Calle Maipù, guardavo un cane randagio, una specie di zerbino giallo ripiegato su se stesso dal quale pendevano diverse zampe: lo guardavo aggirarsi su e giù per la via deserta, annusando accuratamente ogni angolo e anfratto, esaminare con estremo zelo ogni palmo della strada, finché, con un’espressione di trionfo e di appagato compiacimento, l’animale riconobbe di aver trovato il posto perfetto, confacente a tutte le sue aspettative.

 

Una scelta così ponderata, pensavo io, dev’essere motivata da un’esigenza di grande importanza: il luogo (trasposizione nel mondo materiale di un luogo interiore, del purissimo cuore del proprio sé, un omphalos posto al centro di una complessa rete di rispondenze) così affannosamente cercato è certamente dotato, per lui, di una specialissima dignità e di un alto valore simbolico.

 

Riuscite a indovinare che cosa fece il cane nel luogo prescelto?

 

Ecco perché non compilerò la lista delle cose che non mi piacciono e consacrerò gli spazi di Calle Maipù 994 all’esposizione di contenuti edificanti, da cui si possano trarre importanti precetti di alta moralità.

 

Ah, vero: l’indirizzo del circolo vizioso di Hemingway è Champs Elysées 1005, Paris, Premier Arrondissement; bussate tre volte forte, pausa, una volta piano.

27 gennaio

GLI EBREI

 

Oggi è la Giornata della Memoria: è il giorno solenne in cui noi europei, sempre sensibili ai grandi temi umanitari e sinceramente affranti per la crudeltà della storia passata, rendiamo omaggio agli ebrei; cioè, ovviamente non proprio a tutti gli ebrei, per esempio non a quei bruti militaristi di Israele, che sono diventati uguali-uguali ai loro aguzzini di sessant’anni fa; e chiaramente nemmeno a quegli ebrei ricchi e potenti che fanno politica e affari in America, magari neoconservatori; e in effetti nemmeno a quegli scrittori ebrei canadesi che vendono tanto e sembrano sempre ridere di noi; per non parlare dei vecchi ebrei delle sinagoghe, così chiusi nella loro religiosità arcaica... Insomma, oggi noi rendiamo omaggio agli ebrei che ci piacciono, quelli che incarnano veramente lo spirito mite e remissivo del loro popolo, quelli col numero tatuato sul polso, quelli magri e cenciosi, quelli mort... Ecco, Calle Maipù 994 vuol celebrare una sua piccolissima Giornata della Memoria senza ipocrisie, provando a cimentarsi con un elemento della cultura ebraica non melenso, non “ alla Primo Levi”: la Kabbalah.

 

Gershom Scholem riporta un brano del Bahir, testo kabbalistico del 1180, nel quale si argomenta la tesi sorprendente che il Male proviene da Dio:

 

“Presso Dio c’è un principio che si chiama Male, e sta nella parte settentrionale di Dio, poiché si dice: dal Nord si espande il Male, e cioè: tutto il Male che viene a colpire gli abitanti della terra giunge da Nord. E quale principio è questo? E’ la forma della Mano, e ha molti messaggeri, e tutti si chiamano: Male, Male... E sono essi che precipitano il mondo nella colpa...”

 

A parte l’osservazione (davvero da Giornata della Memoria) che per il popolo eletto “tutto il Male viene da Nord”, questo testo è piuttosto eretico, e infatti anche la sapienza toraica lo ripudia: l’Ebraismo medievale, infatti, a causa delle influenze neoplatoniche e cristiane subite nei primi secoli dell’era corrente, accentuava rispetto alla visione veterotestamentaria i connotati “morali” della Divinità, fonte privilegiata della Luce, del Bene e della Verità e solo in forma indiretta e “negativa” dell’Oscurità, del Male e della Menzogna.

 

Questi attributi oscuri della realtà, che stanno nella Creazione e dominano il mondo sublunare (Malkuth), non potendo provenire da Dio direttamente, sono invece fatti risalire all’opera di Principi (non metto l’accento intenzionalmente) del mondo manifestato, e segnatamente a Metatron, che non è il cattivo dei Transformers ma è “l’Angelo della Faccia”, una Potenza legata al dominio dell’esistenza manifestata e quindi individuale: questa Potenza, che è reggente di Dio (misterioso e immanifesto, En Soph) nel mondo naturale e ne testimonia la “presenza” (Shekinah), è tuttavia un interprete infedele della volontà divina, proprio perché confinato al modo d’esistenza individuale, e governa la realtà come un Princeps Huius Mundi quasi diabolico.

 

Meyrink mette in bocca al leggendario Rabbino Loew (quello del Golem) parole che esortano a stare attenti quando si prega, perché le nostre preghiere potrebbero essere ascoltate da Metatron, le cui grazie si pagano sempre molto care; e Nick Cave (forse senza saperlo) chiarisce la cosa in modo perfetto:

 

“Pray hard but pray with care
for the tears you are crying now
are just your answered prayers.”

 

Ora, l’Ebraismo è una religione monoteista, ma la Kabbalah mica tanto: la dottrina delle Potenze e Intelligenze angeliche e demoniache che reggono il mondo non presenta mai questi Principi (sempre senza accento) come dèi, ma, almeno nel caso di Metatron, concede loro una tale autonomia, una tale concretezza che è difficile considerarli come meri messaggeri o intermediari.

 

Il testo del Bahir va in controtendenza, intanto per la brutale immediatezza con cui chiama Metatron (è lui, si riconosce per la faccenda del Nord e della Mano, visti alla luce di un simbolismo molto affascinante ma complicato da esporre) “il Male”, così, senza eufemismi; e poi perché dice che esso è “presso Dio” (non si scherza).

 

Chi vuol riflettere sulla natura e sul carattere degli ebrei, consideri attentamente quel brano, lo dimentichi e poi lo rilegga: vi è in esso tutta la tragicità dell’avventura del popolo di Abramo, protetto da un Dio remoto e innominabile e perseguitato dallo stesso Dio, che quando ha un nome e una faccia ha sempre un nome e una faccia terribili.

21 gennaio

“L’ANGELO DELLA FINESTRA D’OCCIDENTE” DI GUSTAV MEYRINK

“Ovunque, nei tre mondi, regnava un dolce silenzio.”

 

Dopo “Il Golem” e “Il volto verde” mi avventuro per la terza volta nel giardino ombroso e confusissimo dell’opera di Meyrink: sono libri nei quali, in sostanza, non si capisce niente, ma che al contrario lasciano la testa piena di domande, incertezze, ambiguità e immagini che si riverberano a lungo.

 

Per esempio, quella di un angelo verde come lo smeraldo o gli abissi marini, coi pollici al contrario, un carattere sfuggente e la tendenza a non mantenere le promesse...

 

Meyrink, cultore dei misteri della Cabala e gran conoscitore dei vicoli di Praga, stavolta s’impegna a ricostruire, attraverso un gioco intricato di reincarnazioni, la vita (le vite) del mago inglese John Dee, matematico e filosofo, consigliere di Elisabetta I Tudor, ispiratore del Prospero di Shakespeare e scopritore (insieme al suo discutibile socio Edward Kelley) delle Chiavi Enochiane scritte nel presunto linguaggio degli angeli.

 

Un folle completo, insomma, o forse un saggio perfetto: chi lo sa?

 

Non so se questo libro, o più in generale l’opera di Meyrink, fosse progettata per divulgare gli arcani della philosophia perennis dei magi (una tendenza deprecabilmente comune nel primo Novecento, dopo il boom dell’occultismo e del teosofismo): in ogni caso, pericolo scampato perché, come forse ho già osservato, non ci si capisce nulla.

 

Tuttavia, libri come questo accendono la curiosità, destano tutto un mondo, più che di storie e di personaggi, di allusioni: l’angelo verde, che assomma tutte le ansie e rivalità del gruppo di persone che lo evocano, non somiglia all’Eggregoro di Saint Martin? e Isais la Nera, non potrebbe essere la vera destinataria dei sonetti shakespeariani che parlano della “Dark Lady”? e il castello di Richmond, dove Elisabetta riceveva Dee, non è quello che vidi sotto una fitta pioggia due anni fa? e...

 

Così, invitato alla “caccia sottile” delle forme e dei nomi, anche io (il lettore) divento parte della narrazione, messo a parte di segreti e trascinato avanti e indietro nella secolare catena di eredità che nel romanzo lega uomini e dèi di epoche diverse alla stessa ricerca: quella della Vergine-Verità, che tutti vogliono possedere e che invece tutti possiede e inganna.

 

Forse, dopotutto, la magia è questa, e l’immortalità cui aspiravano i soffiatori coi loro fornelli e i vecchi cabalisti con le loro combinazioni di lettere ha a che fare con questo legare cose, luoghi e idee attraverso il sortilegio della parola scritta, spostando i ricordi da una coscienza all’altra.

18 gennaio

O SONO SBAGLIATO IO...

“Per collegarsi a Internet lei ha bisogno dei driver.”

“E dove li trovo i driver?”

“Su Internet.”

 

La mia lotta con la modernità attraversa una fase critica.

 

Per di più, non faccio in tempo ad abituarmi a un anno che quello (inavvertitamente, come un ladro nella notte) finisce e ne parte un altro tutto diverso: se quello era dispari questo è pari, se quello era bisestile questo non lo è, se quello era alla fine questo è all’inizio e mille altri paradossi che ora non starò a spiegarvi.

 

Insomma, imprevedibilmente, nella darwiniana lotta per la sopravvivenza che vede impegnati all’angolo rosso il mondo intero e all’angolo blu me, il vincitore sembra essere il mondo intero.

 

Chiaramente mi rendo conto che un blog non è proprio il mezzo adatto per lanciare il mio barbarico “YAWP” contro il Ventunesimo Secolo, ma malauguratamente non mi hanno permesso di affiggere le mie novantacinque tesi, vergate su pergamena con una penna d’oca, sul portone del duomo di Wittenberg.

 

Del resto, io di tesi ne ho scritte solo due, una di laurea e una di dottorato, e non so proprio come farei a tirarne fuori altre novantatré: mi ci vorrebbe un ghost-writer, come quelli che hanno scritto le biografie dei calciatori, i romanzi di Stephen King, gli articoli di chimica della moglie di Ceausescu (questa è vera) o il Corano (nel caso, il ghost-writer era l’Arcangelo Gabriele, io non aspiro a tanto).

 

Sto andando per la tangente (spero di non essere intercettato), ora torno al tema principale, che è la mia riluttanza ad adattarmi alla modernità e segnatamente alla sua irrinunciabile enfasi.

 

Per esempio, io ho uno stereo, che come molti sterei (?) si può accendere ma anche spegnere: solo che quando lo spengo sullo schermo non compare la scritta “Spento” (sarebbe troppo) e nemmeno “Off”, bensì “Eco Power”; vado a guardare il libretto delle istruzioni e scopro che “Eco Power” designa la responsabile politica di risparmio energetico della casa produttrice del mio stereo, pensate, ci ho un capolavoro di congegno che quando lo spengo non consuma energia!

 

Naturalmente, io certe finezze non le capisco perché non sono un esperto: che gli Dèi della Grotta Oscura (alle cui effigi dipinte col sangue sacrifico sempre, dopo la caccia, la parte migliore del cervo) mi dispensino dal diventarlo!

 

Gli esperti di elettronica sono quelli che sono sempre pronti a sbagliare al posto tuo: se li lasci un momento soli col tuo computer, minimo minimo ti installano quattro nuovi programmi, tu chiedi loro “E questo a che serve?” e ti rispondono “Fa esattamente le stesse cose che faceva l’altro, ma nessuno lo sa usare ed è in inglese”.

 

Non sono un luddista, né un hippie, ma c’è qualcosa, in quest’epoca e nei suoi gadgets, che non mi convince.

 

Ed è un po’ per questo che siamo qui.

 

Tutti disadattati, ma perfettamente al passo coi tempi.

14 gennaio

STREAM OF CONSCIOUSNESS AI GIARDINETTI

“Introibo ad altare Dei.”


Sto da cani. Dovrei smettere di fare praticamente tutto, così potrei fare niente senza contraccolpi. Mi affiderò alle cure del sole. Sì, aspetta, c’è il sole oggi? Pare di sì. Dalla grata della porta si vede d’infilata una strada breve che finisce con un triangolo di cielo. Ogni mattina guardo quel triangolo e decido. Sarà un buon giorno. It was a good day and an evil day and all was bright and new. Che poi oggi è quasi pomeriggio, quando esco dalla tana. Un poco mi compatisco. And it seemed to me that most distruction was being done by those who could not choose between the two. Io sono così. Uno che non può scegliere. O non sa. Calle Maipù è vicina al giardino pubblico. La domenica mattina. Ma quale mattina? La domenica mattina ci vanno solo gli stranieri. Sembra Crash. Nessuno parla la mia lingua. Meglio, ascolterò solo i suoni. Sulla scalinata, un padre si rivolge al figlio con un genuino scatto di nervosismo. Cretino. Proprio così, cretino. Se la Roma vince i punti diventano sei. Il ragazzo non lo sapeva. Cretino. Ecco il giardino. Già, è mezzo chiuso. Lavori. La siepe che dice la data è tutta confusa e vaga. Non è un giorno preciso, oggi. I negri hanno sempre un’aria seria, grave. E qualcosa da scambiare. Economia del baratto. Gli arabi si costruiscono piccole arabie dovunque vadano. Chi l’ha detto? Ah, sì, ricordo. Anche noi, però. Little Italy, tovaglie a quadretti. Gli indiani invece sembrano essere nati ridendo. Come si tramanda del Buddha. Fiori di loto sbocciavano lungo i suoi passi. Simboli, simboli. Avrà dormito bene il mio amico sotto l’Abraxas che gli ho scarabocchiato sul muro? Gambe sbagliate. Sarebbero serpenti, non code di pesce. Più rassicurante. Ci saranno topi nel giardino? Di notte, di sicuro. Ma il disegno più bello l’ha fatto quella femmina nervosa. Una maschera arcobaleno. Azazello. Sembra un fumetto. I fumetti sono pieni di diavoli. Di che parlano i quindicenni innamorati? Sulle panchine, a riposarsi dei baci. Forse non dicono niente. Impossibile. Ma se non dicessero niente l’effetto fra di loro non cambierebbe. E’ il tono. La cantilena che addormenta. Come coi bambini. Uno, due, tre, quattro. O coi cani. Sette sono i soli, sette le lune. Bella nottata. Interessante l’avvocato. Vostro onore, l’imputato ha sgozzato una capra. Libertà irreligiosa. Mi sta passando il mal di testa. Fai la radio? A quanto pare ho la parlata impostata. Saccente. Ogni tanto tintinnava un messaggio. Letteratura comparata da dentro un guscio. Ecco una ragazza italiana. Con la kefiyah al collo. Sarà wahabita? Della Nazione dell’Islam? La madre le cammina accanto. Nessuno le dice cretina. Leoni di bronzo come maniglie delle porte. Vecchia città. Vorrei vedere se uno girasse con una svastica al braccio. Stesso sport. Ammazza un ebreo al sabato. La ragazza non lo sapeva. Cretina. Via Signore ritrovato. Che razza di nome. Abbiamo ritrovato un Signore stamattina. E dài con la mattina. Quasi le tre. Una bambina piange perché non sa che cosa desiderare. Sono fradici di magia, i bambini. Una leonessa nell’ombra. Mangiami, mangiami. Leoni con anelli in bocca. Il leone giacerà accanto all’anello. Per ghermirli. La cattedrale di Durham. Diritto di asilo. Abbiamo perduto un Signore. Dove finisce questa strada? Cambia la pendenza. L’aria si fa più grossa. Il mare! Chi se lo ricordava? Per me il mare è femmina.

06 gennaio

FAVOLETTA TAOISTA

Il sublime maestro Chuang-Zi e un suo amico, il rozzo maestro Yan-Zi, passeggiavano lungo la sponda del Grande Fiume Giallo e guardavano i pesci saltare e guizzare fra le onde. “Ecco che cosa piace ai pesci”, disse il sublime maestro Chuang-Zi, “saltare e guizzare fra le onde del Grande Fiume Giallo: simile ad essi è il saggio; perciò il Saggio evita ciò che è complicato e si compiace in ciò che è semplice; perciò egli sceglie questo e rifiuta quello.” Il rozzo maestro Yan-Zi rispose: “Le tue parole sono dolci e sagge, o sublime maestro Chuang-Zi, ma se sapessi perché il Grande Fiume Giallo si chiama così forse cambieresti idea”.

04 gennaio

“VITE BREVI DI IDIOTI” DI ERMANNO CAVAZZONI

“Un pacifista si è dato fuoco per strada; ma si è pentito subito e si è buttato in una fontana. In seguito ha detto di avere salvato una vita umana.”

 

L’attesissima recensione di Calle Maipù 994 al libretto di Cavazzoni, prestatoci dal Socio a fini di plagio, è finalmente pronta: trattasi di un libro piuttosto geniale, per lettori che sappiano fare un uso intelligentissimo della propria stupidità (il che consente loro di identificarsi con gli idioti di cui sono narrate le vicende e al tempo stesso di riderne, certi della propria superiorità). I racconti più riusciti sono forse “Gli albanesi”, in cui un uomo affetto da ulcera con complicazioni cerebrali non riconosce più la moglie e il figlio e si convince che siano profughi capitati a casa sua chissà perché, e “La pu%%ana fallita” (Calle Maipù 994 pratica una severa censura sulle parole oscene), in cui una donna dà prova di grandi capacità ermeneutiche interpretando praticamente tutto ciò che vede dalla finestra come un insulto alla sua persona. Gli strumenti retorici più usati sono un tono didascalico da manuale scolastico dell’età umbertina e un favoloso indiretto libero che favorisce una continua e fertile confusione fra la realtà oggettiva e la sua percezione da parte di individui, per di più, cretini. Quasi del tutto esente da moralismo, da militanza politica, da scopiazzature da Garcia Marquez e da ubbie dechirichiane, il volume non sembra affatto scritto da un italiano del tardo Novecento: di ciò non ci si può che compiacere.

03 gennaio

ASTROYANEZ

“Lei crede nelle stelle?”

“No, noi del Cancro siamo molto scettici.”

 

Dall’autorevole sito www.astroyanez.bla (non posso darvi il link perché non esiste), ecco gli scoppiettanti oroscopi per il 2008: gli eventi astrali più importanti saranno la congiunzione di Marte con Giove (accompagnata dalla sensazione di entrambi di aver sbagliato qualcosa) e il passaggio della Cometa di Halley, seguito dopo una settimana da un altro passaggio della Cometa di Halley (la seconda volta, sarà visibile al posto della coda luminosa uno striscione con la scritta “Avete sbagliato tutti i conti”).

 

Cominciamo con una dettagliata previsione dei maggiori eventi planetari: il riscaldamento del globo conoscerà una brusca accelerazione nei mesi estivi e un decremento in quelli invernali (al contrario nell’emisfero sud), e la cosa sarà tenuta nella giusta considerazione dalla comunità scientifica; Malta accuserà gli Stati Uniti di possedere armi di distruzione di massa e intraprenderà la guerra più breve della storia (al termine della quale l’antica Repubblica dei Cavalieri sarà rifondata su basi nuove come villaggio Valtour); i ricercatori inglesi scopriranno il gene responsabile del disinteresse verso il latino e lo rimuoveranno dal Dna umano ipso facto et in saecula saeculorum; l’Iran completerà il suo programma per un nucleare pacifico e pulito e l’indomani al posto di Israele si troverà il Golfo di Teheran (gli osservatori dell’Onu dichiareranno: “Da quando ci ricordiamo è sempre stato così”); il Papa sarà processato per cattolicesimo e trovato innocente; in Italia verrà approvata in tempi record una nuova legge elettorale logaritmica alla tailandese, in base alla quale un solo partito è ammesso alle elezioni e prende fino al 33% dei seggi (il resto, tutti senatori a vita); il Presidente Putin diventerà padrone di Calle Maipù 994 (lunga vita, lunga vita a lui!).

 

E ora, segno per segno:

 

Stambecco. Ma no, che non vi tradisce...

 

Sguattera. Rimanete il segno più derelitto dello Zodiaco.

 

Centauro che Regge un Tempietto di Nike con Dentro una Boccia di Pesci Rossi. Troppo complicato.

 

Bresaola. Buona l’intesa col Parmigiano, ma non siate troppo crudi.

 

Mucca Pazza. Non vi si fila più nessuno.

 

Siepe di Bosso. Il vostro carattere aulente e ombroso sarà apprezzato come non mai.

 

Parmigiano. Sfuggite ad ogni costo da un Bresaola (specie se della prima decade).

 

Merluzzo. Finirete in forme inusitate nei piatti di gente che non vi ha mai conosciuti quando eravate al top.

 

Piffero. Ma che razza di segno siete?

 

Chimera. Non esistete, fatevene una ragione.

31 dicembre

IL VECCHIO ANNO

“Saturno è oro inverso.”

 

Nelle raffigurazioni tradizionali (dai cicli parietali del Rinascimento alle feste di paese) il Vecchio Anno è invariabilmente rappresentato da una macilenta figura maschile, miseramente vestita, arcigna e gracile, che tuttavia non ispira pietà bensì derisione e di solito finisce per esser bruciata o presa a calci: come un tiranno finalmente spodestato, appeso a testa in giù e alla mercé di quanti ancora ieri erano suoi sudditi fedeli e adoranti.

 

Molto simile è l’iconografia (soprattutto cinquecentesca) di Saturno, pianeta o dio, che appare come un vecchio canuto e maligno, nudo, con gadgets poco rassicuranti quali la falce e la clessidra: Saturno, ci racconta il mito, aveva la deprecabile abitudine di mangiarsi i figli perché aveva sentito dire che uno di essi lo avrebbe detronizzato (come infatti accadde con Giove).

 

Se poi rammentiamo che Saturno in greco si chiama Crono, il gioco è fatto.

 

Insomma, la parentela fra le due figure allegoriche è stretta: Saturno è il passato che rilutta ad arrendersi al futuro, vuole tenere il mondo sotto il suo giogo anche se non ne ha più la forza, è il signore di un’Età dell’Oro che per carità, i treni arrivavano in orario, ma ormai è definitivamente passata di moda e non si capisce come quel vecchio pazzo non si adegui.

 

La parola “Oro” è ovviamente magica e portatrice di tanti significati: in Alchimia, Saturno è associato al Piombo, materia oscura e pesante per antonomasia, l’opposto esatto dell’Oro lucente, volatile e spirituale, epperò è il pianeta-dio-elemento dei santi e dei poeti, cioè degli uomini dominati dalla melanconia e che vivono con una gamba nel regno dello Spirito (se avessi capito come si caricano le immagini, qui ci metterei l’incisione Melencolia I di Dürer, andatevela a cercare).

 

Per questo si dice che Saturno (o il Piombo) è “Oro inverso” come spiega Della Riviera:

 

“Hora cotal Piombo, e Saturno, è detto Padre de gli altri Dei, cioè de gli altri magici Metalli; conciosiacosa ch’eglino in principio sono tutti entro di lui celati: ma nella fabrica del magico Mondo escono in luce.”

 

(sì, “conciosiacosa”...)

 

Allo stesso modo, il futuro è sempre in gestazione nel grembo del passato, e appena diventa passato a sua volta, lento e greve come il Piombo, rimpiange la sua ingratitudine di neonato con la fascia “2008”: come quando uno dice “Ho trent’anni” intendendo in realtà che non li ha più.

 

Dunque, non prendetevela col Vecchio Anno, e siate cauti nel benedire e incensare il Nuovo, se non altro per una questione di buon gusto: e stasera, fra i molti brindisi, fatene uno al melanconico Saturno.

 

P.S. Qui in Calle Maipù gli anni durano sempre un poco più a lungo, oggi infatti è il 28 undicembre; ma questa non è una buona ragione per farvi mancare i miei più festosi auguri di Buon Anno.

 

Yanez

HERRERA SUAREZ, ADDETTO ALLO SCORRERE DEL TEMPO

"Questo ci ha fatto passare il tempo." "Sarebbe passato in ogni caso." "Sì, ma non così rapidamente."
 

Il tempo passa per tutti, dicono. Intanto, però, sono sempre i soliti a farne le spese. Per esempio un tipo che conoscevo, Ramòn Herrera Suarez. Erano tempi duri, c’era appena stata la crisi del ‘29, e anche il 40 barrato non passava più con la frequenza di prima. A complicare il tutto c’era il proibizionismo: mi ricordo che in una sola settimana proibirono di farsi la barba dal basso verso l’alto, di inzuppare i biscotti, di attaccare foglietti di carta alle ruote delle biciclette per imitare il rumore delle moto e di applicare sulle moto dei campanelli per imitare il rumore delle bici. Ognuno si arrangiava come poteva:  Herrera Suarez, che non faceva eccezione, si inventò un lavoro come Addetto allo Scorrere del Tempo. Lui, be’, semplicemente controllava che il tempo fluisse regolarmente. La cosa non gli fruttava molto all’inizio, anche perché non voleva approfittare di certe occasioni un po’ equivoche: mi ricordo che una famosa ballerina, che aveva una paura dannata di invecchiare, gli chiese di chiudere un occhio per quanto la riguardava, ma Herrera Suarez le rispose tutto serio che non se ne parlava. Persino il famoso gaucho Pedrito Carnazza bussò alla sua porta, chiedendogli se si potevano accorciare un po’ i suoi vent’anni di galera, ma niente. Era inflessibile. Se ne stava lì e non si lasciava scappare nemmeno un minuto: una volta mi disse, “Sto ancora aspettando di perdere il mio primo secondo. Il primo secondo, capito?” Gli sembrava molto divertente. Chi aveva perso del tempo poteva ritrovarlo, chi rimpiangeva i vecchi tempi poteva ammirarne una collezione impressionante nel suo archivio, chi voleva dar tempo al tempo doveva semplicemente depositarlo da lui. Dal suo ufficio passava tutto il tempo del mondo. A poco a poco diventò un’ossessione: uno gli disse una volta, “Non ci sono più le mezze stagioni”, e Herrera Suarez corse a controllare sui suoi registri se aveva fatto partire in orario la primavera e l’autunno. Quando si seppe che il governo aveva deciso di nazionalizzare il tempo, dapprima Herrera Suarez pensò soddisfatto che finalmente (finalmente si fa per dire, la cosa avveniva esattamente al momento previsto!) il suo lavoro sarebbe stato apprezzato e ricompensato come meritava. Ma doveva disilludersi: fu accusato di essersi illecitamente appropriato di un bene dello Stato, e fu condannato a risarcire la comunità restituendo tutto il tempo che aveva accumulato. Fu nell’anno 2560, se ben ricordo…

 

(raccontino riciclato, sono in precocissima crisi creativa...)

29 dicembre

CONSTATAZIONE INQUIETANTE

"Nessun uomo è un'isola."
 
La dicitura qui a sinistra "L'elenco degli amici è vuoto" non è molto allegra.

PRESENTAZIONE

“Tra breve sarò tutti.”

 

Calle Maipù 994, a Buenos Aires, fu, più a lungo di ogni altro, l’indirizzo di Jorge Luis Borges, lo scrittore. Aver dato al mio blog questo nome è una duplice menzogna: in primo luogo, perché io non sono Borges; in secondo luogo, perché questa non è una casa (un posto fatto per me, dove stare), bensì una specie di bottega (un posto fatto per gli altri, dove raccogliere cose che propongo ad altri). Ma anche Borges mentiva spesso, come tutti gli scrittori. Fra le sue bugie più vere e profonde c’è l’idea che l’esistenza individuale è un’illusione, che siamo mere increspature sulla superficie di un tutto fluente come un fiume implicito, parole provvisorie di un libro magico mai finito: quindi, dopotutto io sono Borges. In comune con Borges, purtroppo, non ho il talento letterario, l’arguzia, la cultura immensa. Ho però altre cose: vivo in una terra che è stata a lungo dominata dagli spagnoli e che vanta una ricca tradizione nei campi del banditismo e del crimine; sono un lettore bulimico, con la tendenza a conoscere il mondo più sulle pagine dei libri che per visione diretta; sono sedotto dalla metafisica che spesso considero un’opera di fantasia, e dalle religioni antiche ma anche antichissime; sono un conservatore, amante della libertà e piuttosto spaventato dall’eguaglianza e dalla fratellanza; provengo da una famiglia che include un buon numero di militari, ma sono figlio di due intellettuali e sono cresciuto in una grande casa piena di libri; ammiro in chiunque l’ironia e il distacco; mi compiaccio spesso in citazioni, non sempre da opere realmente esistenti (come diceva Samuel Johnson nelle “Osservazioni sui costumi dei selvaggi delle Isole Felici”). E basta, mi pare. Per mestiere mi occupo di numeri e delle molte cose da essi derivate (principalmente altri numeri, più grandi), e nel tempo libero faccio cose libere, fra cui, da ora in poi, la compilazione di queste pagine che certamente sono già presenti nella Biblioteca di Babele.

 

Yanez