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August 04 IL TORNIO DELLA MENTE
“Credo che le mie giornate e le mie notti eguaglino in povertà e in ricchezza quelle di Dio e quelle di tutti gli uomini.”
Anni fa, reso perplesso per avermi la natura prodigato il dono di alcuni mezzi talenti ma risparmiato la maledizione di un talento intero, decisi di dedicare la maggior parte del tempo che mi restava da vivere alla matematica.
Ai molti che, negli anni, mi han chiesto la ragione di quella scelta, ho avuto agio di rispondere in modi diversi e tutti veri: che la matematica si confà a uno spirito puro quale io voglio diventare, che Platone avvertiva di non tentare la filosofia se non si conosce la geometria, che questa è la sezione del sapere umano che meno risente delle offese del tempo, che l’utilità pratica di un qualsivoglia lavoro mi avrebbe un poco infastidito, che nel regno dell’astratto si gode una libertà potente, che avevo voglia di provare una cosa da tutti (e da me per primo) ritenuta difficile.
Ma la verità, anche se quel giorno a Roma in cui maturò la mia determinazione non la sospettavo nemmeno, è che volevo trascorrere giornate come questa.
Non è semplice spiegare in che consista la mia occupazione abituale a chi non disponga almeno di un po’ di quel linguaggio tecnico in cui i matematici si compiacciono: e ovviamente, per uno che si rovina gli occhi sui trattati alchemici, questa incomunicabilità ha uno scintillante fascino “esoterico”...
Il punto di partenza, la grezza hyle da cui parte il mio lavorìo è spesso banale: sto preparando un teorema sulla molteplicità delle soluzioni di certe equazioni, fondato su una estensione e una precisazione di un precedente risultato pubblicato dal mio maestro, sicché (come spesso capita a noi apprendisti) il mio lavoro non dovrebbe richiedere idee veramente “nuove”; piuttosto, umbrae idearum adattate a un nuovo e più generale contesto.
Per una punta di orgoglio, preciserò che in altri miei lavori v’era maggiore originalità: ma la gioia di cui voglio parlare non è quella di avere un’idea nuova (una gioia che sperimenta chiunque, non del tutto privo di capacità, si applichi a una qualsiasi disciplina) bensì una diversa, più riposta gioia.
Insomma, il mio lavoro di questi giorni (che vorrei poi proporre a un professore delle terre danubiane per scriverci su un articolo a quattro mani) è un paziente e silenzioso labor limae fatto di conti accurati e di stime (sono diseguaglianze che permettono di predire, se una variabile cresce, quanto crescerà un’altra variabile da essa non esattamente dipendente), che riempiono i quaderni e la mia lavagna di segni minuti e blu, che di tanto in tanto i miei genitori osservano con l’aria che si assume alle mostre d’arte moderna.
Una di queste stime, trovata in un articolo recente, non mi soddisfaceva appieno per la sua dimostrazione troppo complicata e perché la costante che vi compare non è la migliore possibile: uno dei pregi della matematica, infatti, è che qualche volta si può asserire con certezza di aver ottenuto il risultato più preciso non solo fra quelli già noti, bensì nel più elusivo e inesplorato mondo della possibilità.
Avevo così messo da parte quella stima, dopo qualche tentativo svogliato di perfezionarla, ripromettendomi di ritornarci su con calma, come quando si dice “Prima o poi dovrò sgomberare il garage” o “Eh sì, dovremmo proprio sposarci”.
Ma, terminate le altre parti del lavoro, la costante si è ripresentata alla mia coscienza con l’evidenza di un ricordo vergognoso: emendarla era tanto più necessario, in quanto questo mio lavoro non presenta grandi novità, quindi il suo massimo pregio (sempre che ne abbia alcuno) non può che essere l’accuratezza; del resto, mi sono detto, non è questo il mio mestiere?
Dunque, ho liberato la mia mente angusta dai pensieri superflui e, per coprire il rumore di fondo di altri pensieri che non riesco mai a eliminare, ho alzato il volume della musica: un’accozzaglia disarmonica che comprendeva Bach (da sempre prediletto dai miei “colleghi” illustri), Sonny Rollins, i Popol Vuh (grazie, Lunatico!) e i Genesis man mano che cresceva la stanchezza e suoni più rozzi si rendevano necessari per tenermi il cervello pulito.
Per tre giorni, escluse le serate che ho dedicate o gozzoviglie animalesche (sto enfatizzando), ho duellato in punta di pennarello blu con l’orrida costante, sbagliando, cancellando, compulsando i due o tre libri che mi son portato a casa (e che, come per Ramanujan, costituiscono al momento tutto lo scibile matematico cui posso attingere): più volte mi sono sentito sul punto di risolvere il problema, sorprendendomi poi nel contemplare, sullo sfondo del mio errore, una struttura più elaborata e sottile di quella che avevo immaginata.
La verità è emersa a poco a poco, come un regno coperto di alghe e coralli da cui l’oceano si ritiri dopo millenni di silenzio verdastro: dapprima una marea di conti disomogenei (solve), poi una dimostrazione più semplice (coagula), poi una tassonomia utile a distinguere casi diversi (solve), poi l’intuizione che alcuni di essi si potevano unificare (coagula), infine il discrimine perfino ovvio, la rivelazione della simmetria impropria che va cercata in modi diversi secondo che un certo numero sia pari o dispari!
Anche Khunrath avvertiva che al termine di un’operazione alchemica ben riuscita il risultato deve avere il connotato divino della simplicitas...
Nessuno creda che io stia qui descrivendo chissà quale processo geniale o avventura del pensiero: è, semmai, proprio il contrario, un faticare al tornio della propria mente per tirar fuori un oggetto intellettuale funzionante e grazioso; è una devozione artigianale quella di cui parlo, e modesta.
Ma, e qui sta la somiglianza con quel’artigianato dello spirito che è la magia, di cui scrivo spesso, il lavoro a questo particolare tornio modifica e assottiglia non meno l’artefice che il manufatto.
Mi accorgo che, per drammatizzare, ho usato espressioni e un ritmo che alludono a una lotta, a un travaglio un poco furioso per descrivere la mia attività, e non è sbagliato questo, perché l’avvicendarsi di errori e avanzamenti in una dimostrazione è simile alla lotta di Giacobbe con l’angelo; tuttavia, mi credereste se vi dicessi che, anche nell’irritazione dei fallimenti, perfino nella soddisfazione della “vittoria” finale, non mi abbandona mai una sensazione di quiete profonda?
In questo credo si manifesti l’aspetto della matematica come disciplina, in tutti i possibili sensi del termine: è proprio quell’adattamento e “assottigliamento” dell’intelletto (e, con esso, dell’essere intero) dello studioso, che si produce durante il lavoro, a far sì che ogni fase mi trovi diverso e pronto a essa, e a generare quella sensazione di quiete.
Anni fa, un esoterista molto colto e brillante mi chiese, un poco burlescamente, se studiando matematica io riuscissi ad aprirmi “dimensioni parallele”: non gli ho mai risposto, ma credo che se capitasse in Calle Maipù troverebbe interessanti queste considerazioni di oggi.
Ora la nuova costante, la migliore possibile, se ne sta scritta in un angolo della lavagna, seguita da un quadratino che significa quod erat demonstrandum: non cambierà nulla nel mondo, tranne me. July 13 IL GIARDINO DEI SENTIERI CHE SI SFILACCIANO – PARTE PRIMA
“Io sono sempre stato io; cioè chiunque disse io durante quel tempo, altri non era che io.”
Fu una sera nel Cafè Que Pasa, al numero 555 di Avenida Pablo Churrasco, che incontrai Protopelagio, l’Eresiarca di Smirne.
Si presentò come Panfilos Touttounpopoulos, contrabbandiere e lenone, per non destare sospetti, ma presto, riconoscendo in me un sodale in virtù dell’anello con l’emblema della Gran Loggia Panamericana del Sol, mi aperse il suo cuore con una spontaneità che mi sorprese.
Degli inizi della sua lunghissima vita, egli ricordava ben poco: un dolcissimo vino avestico recato da satrapi in cerca di oroscopi, bevuto coi servi sui gradini del Tempio di Serapide; la morte dell’amatissima nonna, etèra di Eliogabalo il Maggiore (l’autoproclamato Pantocrate finito sbranato dai suoi leopardi durante un’orgia), in un letto velato da cortine; il sole al tramonto sul petroso deserto siriaco, percorso da spiriti velocissimi e rapaci.
Da questi racconti vaghi, dovetti dedurre che Protopelagio era nato verso il 120 dopo il Nazareno: dunque, quando scrisse la sua opera maggiore, vale a dire la perduta Enneaparalogomenomachia, aveva circa 350 anni.
Un’innaturale longevità gli toccò in sorte quando seguì il console Marco Flavio Profluvio nella sua spedizione (segnata da sorte infausta) nella Dacia Citeriore: mi raccontò l’iniziazione nel mitreo, lo scroscio di sangue di vitella (non c’erano tori per tutti i riti) alla luce delle candele fra i lazzi triviali dei legionari; in verità, non fame d’onori militari né una sincera vocazione per la violenza lo avevano spinto a tale impresa, bensì una via di mezzo fra affezione e subalternità economica, inquantoché egli era il favorito tanto del console che di sua moglie Aspirina.
Fu poi al séguito di Profluvio in terre più remote e brumose, dove la centuria si disperse nella nebbia e lo stesso console cadde in un agguato dei barbari, un popolo che designava se stesso col nome Kur-gur-guur, dalle abitudini lascive e dal fiato greve: Marco Flavio Profluvio scelse il suicidio, perché aveva letto gli scritti di Ippomedonte Stoico (il quale, mi assicurò il mio interlocutore, morì a novant’anni strozzato da una perla nel vino, che non s’era sciolta completamente); Aspirina si adattò abbastanza facilmente e presto divenne la fattrice preferita del capo Ariostranno.
Ma lui, Protopelagio, riuscì a fuggire nascosto dentro un uro paziente e tardo, e fu in quella fuga che il suo destino fu deciso.
Inoltrandosi nelle steppe di quella che identificai (con incertezza) come la Bassa Curlandia, il giovane si imbatté in una città dalle lucide mura di basalto, istoriate di una scrittura fitta quale aveva intravisto, fanciullo, su certe tavolette trafugate da Ur: qui, quasi del tutto congelato e inselvatichito dall’intimità coi barbari e poi con l’uro, egli fu accolto, deterso con latte di capra e sottoposto a cure salvifiche e trasformatrici, che ritardarono miracolosamente il suo invecchiamento e gli donarono una salute non comune (a 400 anni fu brevemente afflitto dall’acne).
Non gli riuscì mai di ritrovare quella città, i cui abitanti (mi disse) erano piccoli e scuri come i Siculi, e del pari silenziosi: ma quando si avvide del suo stato, pensò dapprima di dedicare i secoli che improvvisamente gli si squadernavano dinanzi allo studio e all’acquisizione della saggezza; per prima cosa, tornato nelle terre dell’Impero, si fece ricevere dal filosofo Appo Curzio Nutella e fu introdotto ai misteri di Iside, che in quel tempo si affermavano a Roma.
Incontrò anche i neoplatonici Menone e Collirio, che gli appresero la teoria secondo cui tutti i mondi e gli Eoni non sono che gli spastici moti del petto di un’oca di nome Pistis affetta da singhiozzo, ingozzata senza posa dal Demiurgo: tuttora, certi dettagli di questa raffinata cosmologia gli sfuggivano.
Il suo primo contatto col Cristianesimo avvenne per opera di Gedeone, un asceta nubiano che viveva sopra un filo della biancheria in disuso, nel deserto alle soglie di Ippona: anche Protopelagio sperimentò per qualche tempo la vita dell’anacoreta, ma dopo circa sessant’anni venne alla conclusione che un siffatto costume non s’adattava a individui longevi e soggetti al tedio come lui.
Così tornò nel mondo e si diede all’attività più di moda: divenne un teologo.
Nelle sue opere maggiori (delle quali, nei secoli successivi, pubblicò meticolose confutazioni e infine un’edizione critica, verso il 1850) sostenne che la dottrina della Vita Eterna non godeva dell’originalità che ad essa era comunemente tributata, e guadagnò fama e onori, ma si fece anche qualche nemico: finì per essere dichiarato eretico nel settimo secolo, in un concilio tenutosi ad Alessandretta; mi confidò di aver partecipato al concilio sotto mentite spoglie, e di aver trovato del tutto ragionevoli le ragioni della sua condanna postuma, e tuttavia gli fece male vedere i suoi libri dati alle fiamme per ordine del pio basileus Leone Amarico. June 27 CALLE DELL’AMOR DEGLI AMICI
“Quando Venexia mia sovra i tetti de le tue case una gloria de sol xè sparpagnada lassime dir, si el paragon te piase che ti me par una bela tosa spensierada.”
Dopotutto, Venezia è un enorme covo dei pirati. Un’intera città (seppure provvisoria, assediata dalle acque, che si regge su un miliardo di lunghi pali di legno infitti nel fango) empita fino all’inverosimile di tesori. Il rifugio di una gente levantina e torbida, predatori e gentiluomini di fortuna. Cristiani? Certo, c’è pieno di chiese. Ma a guardarle, sembrano piuttosto moschee o sinagoghe, o anche templi e logge di più antiche fedi. Astratta e lineare, Santa Maria dei Miracoli è uno scrigno di pietre astrali. Che acque scure cingono e proteggono dall’invadenza della croce. La magia, certo: non è quella che, da qualche anno, mi spinge in giro per rovine e monti di questa bucherellata Europa? Ma “la magia è ovunque, e il diavolo ci siede accanto”. E allora, questi giri oziosi, queste chiacchiere notturne fino al sorgere dell’alba dorata, sono il séguito della mia curiosità o della mia pigrizia? Ho imballato e spedito Klein Johann, e le sue parole mi risuonano ancora nella mente: è saggio, tranne quando è furbo. Una via di mezzo fra Himmler e un chierichetto. E mi ha infilato nella borsa, come uno scherzo, le parole di un papa intellettuale. Oh, ma io devo prima finire tutti i grimori e i gualciti papiri di Harpocrates. Chi ha tempo per la fede? Credere nelle cose non è mai stata la mia specialità, tranne quando sono misteriose ed esotiche e promettono infine una soluzione. “I matematici sono come i teologi, per prima cosa studiano l’esistenza.” Chi ha tempo per la speranza? Io so, in questo dedalo di stretti canali su cui si riflettono case rosse e pendenti, che il mondo è stato fatto crudele e stupido. Ecco: un cane minuscolo mi si avventa contro. Ba! Ba! dice il cane. Io dico un’oscenità e sembra che basti. Il mondo tenta di farti del male anche quando è ovvio che non può, anche se sei più grosso di lui. Fantasticherò per mezz’ora su sollevare il botolo per il collo e scagliarlo in un rio profondo e scuro. Figurarsi quando il mondo si accorge che è più grosso di te! Qui entra in gioco la magia. Quella basata sulla paura. Chi ha tempo per l’amore? Tutti questi amici che si sposano... Belle sono le loro spose, e sorridenti. Com’è avere sempre al proprio fianco una donna che sorride? Può compensare delle infinite perdite sopportate, può distogliere la mente dai piccoli cani che ogni giorno ti corrono incontro per vedere se c’è modo di farti a pezzi? Funziona, tenersi caldo a vicenda? Io ci ho provato, ma non sembra che ci riesca. del resto, non è cosa che debba riuscire. Non dovrebbe essere un altro esame. Esiste una magia basata sull’amore? Quanta bellezza, quanta morte intorno a me! Mann, Hoffmansthal... I tedeschi arrivano qui e subito pensano alla morte. E io sono venuto qui a celebrare l’esatto contrario. Un Lovati, stavolta, è davvero per sempre. E poi l’altra notizia. Molto deve ancora accadere, e sembrava che il passato fosse così ingombrante. Le vite degli amici che non vedi per anni appaiono cristallizzate nell’istante in cui li hai lasciati. E affiora quasi un lieve disappunto nello scoprire che, anche senza di te, hanno continuato a vivere e a cambiare il mondo e se stessi. Come vi permettete? Un sorriso smentisce questo forzato e letterario cinismo. Ho voglia di un gelato. Qui a Santo Stefano andrà bene. Giorno, notte, giorno. Un campo che dodici ore fa invitava alla confidenza è ora uno sfondo da cartolina. Il pomeriggio stempera nei colori che si disfano come sul viso di una donna truccata male in un giorno d’estate. Tutto scontorna e una quiete presaga di cose che dovranno avvenire invade il mio animo come una marea lenta e sicura. Avessi il coraggio, parlerei di lei. Ma ho letto gli incantesimi, e la magia è basata sulla paura. E ci risiamo. Da dove viene la nostra sapienza, Klein Johann? Da una storia scritta in rune sul fianco di un leone greco. E dove va a finire? Ora un vaporetto culla le mie braccia pesanti e l’ebete sorriso su un sentiero d’acqua. Un dolore improvviso mi distrae dalla gnosi eterna (solo un poco contaminata da pensieri di donne). Mi son tagliato con un vetro rotto. A Murano. June 08 IL SIMBOLO DEL PAVONE DALL’INDIA AGLI YEZIDI
“... Quanti colori mostra contro il Sole splendenti l’Iride che sulla terra dal cielo si piega, o quanti spesso vediamo nel moto leggero del collo degli Uccelli, che Giunone al suo carro volle primi aggregare, nelle penne superbe intessendo i cent’occhi d’Argo luminosi.”
Il Pavone è il simbolo della superbia: d’accordo, questo lo sappiamo tutti.
C’è una magnifica e vertiginosa incisione di Bruegel che ritrae l’allegoria della superbia (o vanità) e che, in un afflato enciclopedico, pone l’uccello dalla gran coda a ruota al centro di una galleria di simboli della caduca venerazione che l’uomo ha verso se stesso: specchi, costumi sfarzosi, tolette elaborate, in una spirale che trascina una folla di minute figurine verso l’inevitabile dannazione.
Ma questo ingeneroso trattamento riservato al policromo pennuto è cosa recente (se confrontata ai tempi immensi e quieti della storia dei simboli e della Tradizione) e ascrivibile quasi esclusivamente al mondo cristiano: l’identificazione del pavone e della peccaminosa superbia ha la sua prima formulazione famosa nel Physiologos, trattato ellenistico-cristiano che cataloga il regno animale creatura per creatura associando a ognuna un fervorino moraleggiante.
Per contro, in India il pavone è sempre stato simbolo di una magnificenza, di uno “splendore” che in quella cultura soave sempre accompagna l’idea di beatitudine e quasi la fa visibile: il Signore Indra, l’incoercibile potenza fecondatrice che arricchisce il mondo e lo domina con la folgore, ha tra le sue prime epifanie uno stupendo pavone, e Saraswati, la saggia e benevola patrona della conoscenza e della parola sacra, è raffigurata con pavoni ai suoi piedi.
L’allieva incostante dell’India, la Grecia, vedeva invece due pavoni aggiogati al carro di Era, madre e sposa, protettrice delle puerpere e nume del “mondo che continua e si sviluppa”, mentre un’immagine di potenza antica e incontrollata dipingeva sul mostro Argo i mille occhi che decorano la scenografica coda dell’uccello.
(Il passo che ricorda queste occorrenze del pavone nel mito greco viene da un poema alchemico del XVII Secolo, ci torneremo...)
Insomma, nelle tradizioni politeiste il pavone sembra essere associato a due particolari attributi divini, che nel nostro povero linguaggio possiamo tradurre coi termini “splendore” e “generosità” (mi piaceva molto anche “feracità”, ma è un poco letterario): i quali subito rimandano a un’origine comune, l’idea di “abbondanza”.
E l’accostamento alla Vergine divina custode dei segreti, e al mostro, insegna che tale magnificenza si svela all’iniziato mercé il superamento del metus dei, che si attua esotericamente trascendendo l’aspetto “terribile” del sacro e acquisendo così con esso quella “familiarità” che è dei liberati in vita.
(Vengono in mente due nomi divini cari alla tradizione sufi, “l’Inviolato” e “il Vicino”, e pure su questo torneremo...)
Il sospetto nietzscheano e eliadiano a questo punto si può rivelare: la condanna del pavone sembra sorgere da un larvato rifiuto di questi aspetti regali e sovrabbondanti della divinità, e insieme delle vie misteriose che gli uomini sperimentavano per goderne i doni; il nuovo dio, legislatore inaccessibile o amico degli umili e vittima anch’egli, rifiutava ogni legame con l’abbondanza e in più ai suoi occhi non v’erano privilegiati.
Così le genti del pavone, amanti della magnificenza divina, passarono per superbi e caddero come la folgore.
Anche fra coloro che adorano un solo dio, però, v’era qualcuno che rammentava i giorni del pavone e l’antica fede nella bellezza del sacro.
Nella rappresentazione delle schiere angeliche (una delle vie attraverso cui il politeismo ha cercato scampo nei tempi nuovi), sono i Cherubini a fregiarsi di penne di pavone sulle ali: i molti occhi figurano la perfetta conoscenza di Dio che questi esseri hanno e non dividono né coi mortali, né con gli altri immortali; naturalmente, la nuova visione stracciona del divino avverte un rischio nella venerazione di esseri così vicini alla conoscenza divina e lontani dall’amore divino, e così li danna volentieri (due Cherubini famosi erano, credo, Azazel e Beelzebub, poi passati alla storia come diavoli).
Sul versante islamico, il poeta sufi (ve l’avevo detto che ci saremmo tornati) Farid Attar Ad’Din va ricordato perché nella sua opera mistica La lingua degli uccelli racconta il viaggio di trenta uccelli alla ricerca del loro Signore, il misterioso Simurgh (fra essi c’è naturalmente un pavone, di grazia incomparabile): quando il loro viaggio ha termine, ricevono la rivelazione che essi stessi sono Simurgh e che la perfezione del Signore degli uccelli sorge dalle qualità di tutti loro.
Anche la tradizione ermetica (ecco pagato l’altro mio debito) serba memoria del pavone: secondo gli alchimisti, una delle fasi che la materia attraversa nella sua trasformazione dalle forme più grevi a quelle più nobili (prossime allo stadio spirituale) è contrassegnata da una policromia iridescente detta cauda pavonis, che nell’economia della manifestazione universale è legata al momento della “produzione delle forme” cioè proprio della fertilità sacra e naturale che moltiplica gli esseri e arricchisce il mondo.
Ma naturalmente l’esempio più importante di sopravvivenza del simbolo del pavone nel mondo moderno è rappresentato dagli Yezidi: sono i devoti di Malak Ta’us, l’“Angelo Pavone” che fu cacciato dall’albero cosmico dall’uccello-Dio con un colpo di becco e che tornò, dopo aver spento con le proprie lacrime le fiamme dell’inferno, a mitigarne la furia.
Mediatore e salvatore dalla dannazione, giustificatore del mondo e degli esseri tramite lo splendore e la molteplicità delle epifanie, Malak Ta’us è solare e angelico, ma anche diabolico: è Sheitan, che ha ricevuto l’esistenza e non ne farà dono in una obbligatoria oblazione ma semmai ripeterà il gesto di Dio donando prometeicamente la libertà ai mortali; è anche il protettore dei visionari e dei folli, di quegli spiriti sospesi fra cielo e terra che cercano incessantemente la luce dentro le tenebre e, innamorati della regalità e dell’abbondanza e dei segreti potenti (che il pavone vede coi suoi mille occhi) non amano troppo inchinarsi.
Ah, gli Yezidi in Iraq li ammazzano ancora. May 31 “ORLANDO” DI VIRGINIA WOOLF
“Life, and a lover.”
Una metafora attraversa la storia dell’Inghilterra: la metafora, quando la conosciamo, porta calze di seta sulle sue lunghe gambe di ragazzo e vagheggia di diventare un poeta, nell’era squisita e feroce della Regina Elisabetta e di Kit Marlowe; poi la metafora se ne va in Turchia, mentre il mondo inglese si allarga e si virilizza nell’aurora della sua esplosione coloniale, e a seguito di una grande sbornia diventa una donna (scandalo!); da allora, una nuova consapevolezza cinge la malinconia della metafora, mentre l’era della ruvida saggezza del Dottor Johnson cede il passo alle “infinite complessità” vittoriane, e la metafora scopre di condividere il dono di un’innaturale lunga vita con un vecchio poeta dall’animo prosaico (già, gli Inglesi sono mercanti e appassionati di giochi stupidi, ma avete fatto caso a quanti magnifici poeti hanno?) e sposa un bel giovane con un mucchio di nomi; ci son già gli ascensori e le automobili, quando la metafora rivede i cancelli della sua vecchia dimora e considera se stessa come una finzione letteraria un poco nostalgica di non aver avuto una vita breve e felice, tutta con lo stesso sesso.
Come faceva Virginia Woolf a scrivere libri così?
Forse la follia era la sua disciplina, forse la sua incessante, ostinata ricerca del dolore (e della frase perfetta) le aveva insegnato a dire sempre almeno tre o quattro parole in ogni parola, come un’antica indovina (anche loro erano folli).
In questo libro c’è come una melanconia divertita, un compendio ironico dell’inglesità nelle sue forme letterarie e storiche, nella sottigliezza di significati stratificati e ambigui che la finta brutalità di quel popolo ha attribuito nel corso dei secoli al semplice vocabolo “love” (il nuovo tetragrammaton), in quella morbosa loro passione per i paesaggi.
In effetti, Orlando è spesso visto/a nell’atto di contemplare qualcosa, e una certa quercia del suo parco (che nella sua longevità lo/la considera pur sempre infante) ospita, a distanza di secoli, le periodiche riflessioni con cui Orlando decide chi vuol essere: non diversamente, l’Inghilterra si inventa sempre di nuovo e mai rinnega il proprio passato, ed è facile immaginare che lo faccia riguardando uno dei suoi scorci di soffici colline.
Nel suo viaggio verso la tomba, la cassa che conteneva Sir Walter Scott si fermò e fu brevemente deposta presso un’ansa della strada: si vede, da lì, il serpeggiare della Tweed Valley e le rovine dell’Abbazia di Melrose (una trina di corrosa pietra rossa) dormono nell’ombra di tre colline di tufo; era un posto dove lo scrittore si fermava sempre, percorrendo quella strada.
E’ davvero una vista incantevole. May 25 LINNEO SUL 740
“Ordunque, l’anonimato può caratterizzare il subumano altrettanto bene che il sovrumano.”
Nella sua opera sulla classificazione delle specie viventi, Linneo colloca ai posti più elevati l’uomo, la scimmia, il lemure e il pipistrello, e li elenca accostando cartesianamente a ogni creatura la sua ‘differenza specifica’:
“Homo: Nosce te ipsum. Simia: Dentes laniarii. Lemur: Dentes primores inferiores 6. Vespertilio: Manus palmato-volatiles.”
Cambio di scena: io, Yanez, alle dieci del mattino sulla vettura della linea 740, il naso giudaico infitto nelle sabbie mobili di un libro erudito, la pelle resa lucida dal caldo precoce del maggio.
Minuscoli moscerini verdi, precarie forme di vita, si aggrappano alla mia camicia di marca nell’illusoria (e nondimeno ferma) convinzione che si tratti di una fonte di nutrimento o di un asilo sicuro: un mio movimento, e diverranno piccole macchie color dell’erba sulla mia camicia di marca, con reciproco svantaggio.
Io, Yanez, mi distraggo dalla lettura.
Considerazioni fuggevoli, che coinvolgono: la brevità dell’esistenza di un moscerino verde, la probabilità che esso ha di essere ucciso nel suo unico giorno di vita, il recente terremoto in Cina, la centralità dell’essere umano nel piano della Creazione, il concetto elusivo di finalità, l’ambiguità della condizione di individui e insieme di parti del cosmo, una recente conversazione sui Veda con una studentessa di Abbiategrasso, la necessità di portare in tintoria la mia camicia di marca.
Io, Yanez, quasi mi accascio al suolo in occasione di una brusca frenata e così confermo che l’esistenza individuale non è del tutto autonoma.
Sul 740, le direzioni degli sguardi sono solo apparentemente casuali: in realtà esse disegnano una raggiera razionalmente ordinata (come quella invisibile che, in certi film, fa scattare l’allarme nella sala ov’è custodito alcunché di prezioso), ispirata al semplice criterio di non guardare nessuno in faccia.
Io, Yanez, ho risolto questo problema grazie alla letteratura.
Fanno eccezione i vecchi: la prostrazione fisica e l’abitudine a dipendere dagli sconosciuti per imprese banali come salire sull’autobus o leggere un cartello priva i vecchi di ogni pudore (dice il piccolo Linneo dentro di me), cosicché essi squadrano, esaminano e giudicano il prossimo con lo strumento dello sguardo diretto; e se gli ispiri fiducia ti raccontano tutto di sé.
Io, Yanez, mi dò un aspetto scontroso e inaffidabile, e mi rituffo nel mio volume erudito.
L’autista è di una scortesia assoluta: risalendo il fiume del tempo, il suo ruolo non si accosta a quello del romantico fiaccheraio (ricordi confusi su un possibile cocchiere fiorentino fra i miei avi, con mantella e cilindro, intabarrato nella fredda notte che bagnava il selciato fra le scure moli merlate della città platonica) ma a quello del mandriano che conduceva le bestie con certa autorità (non scevra di una somiglianza fra il custode e le custodite, percepita da queste ultime con aurorale coscienza, nosce te ipsum) e fischi perentorii.
A me, Yanez, quasi scappa un muggito sarcastico, ma poi mi trattengo.
La tarda primavera compie un’opera di adattamento fra i corpi delle ragazze e i loro abiti: gli uni sembrano lievitare leggermente e gli altri si restringono, così che l’insieme ha un equilibrio entusiasmante; alcune di loro, che so essere studentesse di scienze (capaci, quindi, di comprendere sottigliezze di pensiero a me rimaste sempre inaccessibili, a proposito di dilatazioni dello spazio e contrazioni del tempo) ciaccolano di canottiere e dell’opportunità di acquistarne per tempo per avere una scorta confacente alla bisogna estiva.
Io, Yanez, indulgo per dieci secondi a pensieri lubrichi.
Il 740, come il carro dei monatti nei Promessi Sposi (ma anche un poco come la diligenza di Pinocchio), carica gran parte dei suoi passeggeri per disfarsene in un unico luogo: la fermata presso un ospedale, cui ogni giorno accorrono, nelle tarde ore del mattino, innumeri vecchi perpetuamente all’inseguimento di un esame o di una visita o di una prescrizione; i più confidenziali sogliono esibire le loro lastre radiografiche agli estranei, lagnandosi dei propri mali ma al contempo vantando la propria efficienza e assiduità come pazienti (nulla dello spirito contemplativo di un anziano sadhu si sviluppa in loro).
Io, Yanez, mi preparo a scendere e mi interrogo ansiosamente sul mio futuro: quanta noia, e quanta solitudine, può spingere un uomo (dignitoso nel suo gessato semi-estivo, con un paio di baffetti da comparsa in uno sceneggiato sulla mafia) a cercare, in un ospedale, la compagnia dei moribondi?
Oggi non sono d’accordo con Linneo (pur apprezzando l’onestà del naturalista ragionevole e pio che, dovendo elencare per ogni specie la caratteristica sua più evidente, scelse per l’uomo l’autocoscienza come per il pipistrello le ali membranose): ma non sono d’accordo nemmeno coi materialisti che vedono nell’uomo null’altro che una bestia fra le tante, distinta (per esempio) dalla scarsità di peli.
Oggi la mia adesione alla complicata cosmologia delle tradizioni orientali è ferma al pari di quella dei moscerini verdi alla mia camicia di marca: una gerarchia di mondi, riparati dalle ali degli arcangeli, si avviluppano gli uni sugli altri e in ognuno di essi dimorano diecimila esseri; ma ognuno di questi esseri è partecipe anche degli altri mondi, e nel proprio stato ordinario è del tutto incapace di vedersi dal di fuori come mero stato di un tutto (mancando di una radiografia dello spirito).
Nulla è meno umano dell’autocoscienza, e se non scendo in fretta io, Yanez, dovrò fare di nuovo tutto il giro sul 740. May 16 UNA TRASPARENTE METAFORA POLITICA
“La democrazia è una superstizione basata sulla statistica.”
In Calle Maipù, certi afosi pomeriggi di tarda primavera, le ore sembrano non passare mai: è il luogo ideale per fantasticare su questo bizzarro fenomeno chiamato temporalità, e anche l’idea che Borges, lo scrittore, mi confidò nei suoi anni di penombra (essere il tempo null’altro che una trascurabile increspatura sulla superficie dell’eternità) mi pare recare la firma di questi interminabili pomeriggi, passati fra i gerani sui graticci del Barrio Queveda e un mate bollente al Café Parisien in Avenida Queipo de Llano.
Sono, questi, luoghi dove aspettavamo ansiosamente che la primavera (che con le sue intemperanze ci distoglieva dall’eterno) e la nostra giovinezza (per la quale vale quasi lo stesso) trascorressero e il tempo recasse in dono quell’imperturbabilità che tanto ammiravamo nei giorni d’estate e nei rudi uomini del Quartiere Palermo.
Intanto, però, occorreva pure far passare il tempo: guerre non ce n’erano.
Due erano dunque i passatempi preferiti di noi ragazzi di Calle Maipù: le carte e la danza.
Io, che la natura e gli ozi resero pesante e tardo nei movimenti, evito le sale da ballo come obitori e preferisco di gran lunga una quieta partita a truco, consumata sorbendo magari un madeira caldo e molto speziato.
Firmìn Aceveido, invece, era un fanatico del ballo; altri, nella nostra compagnia, optavano ora per questo, ora per quello.
Discussioni tese si accendevano tra noi su come passare una serata: “effeminato e sentimentale” era definito l’appassionato di tango e milonga, “retrogrado e inerte” era l’accanito giocatore.
Ma vi era, nondimeno, una basilare differenza di comportamento: noi “giocatori”, le sere che si decideva di andare a ballare, ce ne stavamo ingrugnati e silenti presso una parete della sala, un piede contro il muro, senza che alcunché in noi disturbasse le evoluzioni dei ballerini; quando invece si giocava a carte, Firmìn e i suoi sodali ronzavano incessantemente intorno ai tavoli ricoprendoci di improperi e lazzi triviali.
Ricordo che, nell’aprile 192*, dopo una lunga serata di gioco (in effetti non troppo divertente, la concentrazione necessaria al truco essendo incompatibile con il torpore della calda primavera, ma soprattutto tempestata dai sabotaggi dei “ballerini”, che leggevano ad alta voce le nostre carte e commentavano ogni mossa senza cortesia) decidemmo che, divenuta insostenibile l’aria di esasperato conflitto creatasi nel nostro gruppo, avremmo lasciato fare i nostri avversari.
Così, benché noi “giocatori” fossimo più numerosi dei “ballerini”, la sera dopo molti di noi evitarono di pronunciarsi, e una risicata maggioranza sancì la decisione di andare a ballare: fu una serata disastrosa, in cui Fimìn e gli altri litigarono senza interruzione (fui sorpreso nello scoprire quante varietà di tango e balli da sala esistessero, e di come ci si potesse accapigliare per scegliere l’uno o l’altro, o per condurre la compagna più bella o dalle movenze più aggraziate), mentre una banda raccogliticcia eseguiva malamente musiche dozzinali.
Non nascondo che noialtri provammo un certo compiacimento, nel vedere la fiesta dissolversi in una rissa (balenò anche qualche coltello) e terminare prima del tempo: e ovviamente, l’indomani ci riprendemmo lo scettro fra le timide obiezioni di Firmìn (che per il primo aveva denunciato il fallimento della serata precedente).
Ma la storia nulla insegna agli uomini: avevamo appena acceso i sigari e aperto i mazzi di carte, la formosa Rosita vagolava ancora fra i tavoli servendo il mate (i liquori arrivano a metà partita) che i “ballerini” ripresero il loro baccano.
Uno diceva che “solo chi è deforme e incapace di mostrarsi piacevole alla vista può non amare il ballo”, un altro che “dalle carte spira un’aria di orribile vecchiezza, simile a un odore di formalina”, un terzo che “chi aveva scelto di trascorrer così la serata non andava più interpellato perché i fatti s’incaricavano di provare la sua idiozia”, e altri ancora blateravano stizzosi ingiurie fin peggiori...
Avreste voi avuto la forza di continuare a giocare impassibili?
Noi non l’avemmo. April 18 “HER-BAK” DI ISHA SCHWALLER DE LUBICZ
“Padrone di sera e mattina, re e schiavo di Entrambe-le-Terre, o tu che puoi decretare di ogni luogo il proprio orizzonte! Colui che ti cerca in se stesso può trovare la sovranità e non più schiavo, ha la libertà!”
Teosofia e archeologia, filologia e architettura, astronomia e mistica s’intrecciano in un’opera colossale (quasi mille pagine fra primo e secondo volume) per tentare di svelare, sotto forma di racconto, la segreta Dottrina del Tempio che i sapienti dell’antico Egitto si tramandarono per secoli, immutata: lo so, sembra tanto Martin Mystère (e ovviamente non ci sarebbe niente di male), ma si tratta di qualcosa di completamente diverso.
Se non altro perché Martin Mystère è più avvincente...
No, davvero: questo libro, che narra l’iniziazione del giovane Her-Bak ai gradi della gerarchia sacra (scriba, artigiano, sacerdote, allievo, discepolo, infine forse “Saggio”) e ne inscena gli apprendimenti attraverso dialoghi di stile platonico, è una lettura faticosa; il primo volume, Her-Bak Cecio, ha un andamento da favola gnostica (stile L’asino d’oro), non priva di momenti farseschi, mentre il secondo, Her-Bak discepolo, perde quasi ogni velleità narrativa per divenire un’esposizione graduale della teologia e della metafisica egizie.
Inevitabilmente, il lettore si perde in mezzo a tanta ricchezza di simboli, a una scienza sacra inaspettatamente astratta ma sempre legata alla realtà da una rete intricata di corrispondenze: i nomi delle stelle richiamano la geografia dell’aldilà (la Duat), i segreti del mestiere del falegname alludono all’etica, le leggende degli dèi (i Neter) si rispecchiano nella storia dei regnanti e delle dinastie e, a far da supporto a tutto questo mondo di significati che si possono solo presagire, stanno i geroglifici (Medù-Neter), base di un sistema di scrittura con l’ambizione di raccogliere in pochi semplici segni tutti e quattro i sensi della Parola teorizzati da Dante.
In Egizio, il cuore si chiama àb, che alla lettera vuol dire “il danzatore” e si scrive disegnando una piuma e un piede: la metafora sembrerebbe perfino banale, ma che ne dite, se aggiungo che la piuma si legge à e il piede si legge b?
I Medù-Neter non sono solo ideogrammi: sono anche una scrittura fonetica, e l’accordo fra le due funzioni suggerisce che la lingua stessa sia frutto di un’elaborazione cosciente, che tiene conto dei simbolismi e della necessità di esprimere l’Inesprimibile nell’unica forma possibile, cioè instillando nella coscienza il sospetto di affinità profonde fra le cose.
Esempio: lo schema dei quattro elementi (Terra, Acqua, Aria, Fuoco), divulgato da Empedocle e divenuto poi il cardine dell’alchimia occidentale (a proposito, al-chemì è semplicemente uno dei nomi dell’Egitto), si riflette perfettamente nella tetrarchia dei Neter figli di Geb e Nut, cioè Osiride, Iside, Nephtys e Set, e le loro somiglianze e opposizioni narrate nel mito si possono leggere come una cosmologia basata sulle proprietà degli elementi.
Allora i Neter sono immagini antropomorfe (anzi, antropozoomorfe) degli elementi, dei punti cardinali, delle stagioni?
Anche, ma non solo: Her-Bak scopre che essi sono funzioni, sono la realtà profonda, inconoscibile in sé, a cui la natura è, per così dire, ispirata; in altre parole, sono piuttosto gli elementi ad essere immagini dei Neter!
E’ impossibile restare indifferenti di fronte a un affresco così grandioso come quello che la cultura egizia ha lasciato dietro di sé, e si è tentati di credere, come Isha Schwaller De Lubicz, che l’intera storia di questa civiltà non sia che una titanica rappresentazione, una testimonianza intenzionalmente costruita (come i loro monumenti, sempre così ieratici, solenni e identici a se stessi attraverso i millenni) per i popoli futuri, poco più che scimmie tecnologiche al confronto di questa solenne gente dagli occhi femminei. April 10 UNA CANZONE D'AMORE PERSIANADicono che il tuo cavallo è il tuo compagno nel giorno della battaglia
ma io dico che ancora meglio è il fucile
un cavaliere senza fucile non ha vigore
un cavaliere è un cavaliere se ha il suo fucile.
Io ho venduto il mio fucile intarsiato d'argento
per comprare una veste di Termeh per il mio amore
ella mi ha restituito la veste quando gliela ho offerta
ahimé, il mio fucile intarsiato d'argento!
(da Toward the within dei Dead can Dance) April 06 OGNI SINGOLO GESTO
“Dean indicò lo sgabello vuoto al piano: ‘La sedia vuota del dio’, disse.”
Il vecchio sedette al piano, che lo invitò con un lucore discreto del suo ventre metallico. Tutto intorno era silenzio e attesa, l’aria increspata come un lago notturno e tentata da una polvere leggera in volute da gioiello barbarico. Il vecchio accettò e subito delimitò con tre precisi accordi (tre suoni grandi e squadrati, disposti in semicerchio intorno a uno spazio fatto sacro) le possibilità dell’improvvisazione. Soddisfatto, rassicurato, il piano sottoscrisse il patto inarcando la sua schiena di bestia favolosa e disse: Facciamo questa cosa, vecchio. Nacquero dai denti del drago innumeri piccole note, che si unirono e divisero in clan e famiglie, simili ai fili ritorti di un tappeto, e presero a contendersi lo spazio e il buio. Il tempo vagò, rancoroso, indomato finché non trovò di suo gusto la casa che per lui il vecchio andava costruendo. Stanza dopo stanza, parete dopo parete. La gente, pensò il vecchio, crede che suonare la musica sia come aprire delle porte, invece è come costruire muri. E’ sempre il problema di dare forma a ciò che nasce senza forma, il problema del musicista. Da tanti anni il vecchio girava il mondo con la sua musica, come chi trascini una tribù cenciosa e indocile per terre straniere. E ogni sera indossava il suo sorriso e faceva il miracolo. Sedeva, con il piacere dimesso di chi si appresta a giocare a carte o parlare dei tempi andati. E poi affrontava la musica, indagandola sempre più impietosamente. Il paesaggio cambiava intorno a lui, come in certi sogni che si fanno da ragazzi. Le emozioni si intrecciavano in modi ambigui e una breve disattenzione avrebbe potuto compromettere l’intera opera. Così era, per chi suonava senza i fogli. Occorreva mettere cura e tutta la vita possibile in ogni singolo gesto, per perpetrare l’illusione. Per dare, a tutto quel molteplice e inutilmente complicato caos di rapporti, un senso ad ogni istante. Come cercando di raccontare una storia in una lingua che né lui, né le ombre che lo ascoltavano sera dopo sera conoscessero. Non si poteva cedere nemmeno per un istante al sotterraneo, vile sospetto che l’illusione fosse, dopotutto, un inganno. Era difficile oltre ogni dire questo lasciarsi coinvolgere nella vicenda delle note e dei tempi, e provare a ogni svolta genuina sorpresa. Sì, disse la musica, aprendosi a nuove invenzioni circolari, cadendo dalle vecchie sue mani come frutti segreti da rami spinosi. Certo e imprevisto era insieme il tutto che si andava formando, lieve e trepido il tocco che da strati e strati di suoni in apparenza confusi traeva per gradi un motivo semplice e dolce, da far dormire i bambini. No, disse la musica, accogliendo un subitaneo dubbio del vecchio (sul senso di quello che faceva nell’ombra del teatro fattasi per lui ora, chissà perché, aspra e pericolosa) e restituendolo come un avvolgersi a spirale, un tormento di scale incrociate che non portavano in alcun luogo. Al vecchio scappò un verso d’animale, un ghigno che anticipava uno sforzo immenso. La bestia, nera e lucida e dai numerosi denti d’avorio, era sul punto di prevalere su di lui. Le lusinghe avevano ceduto il posto alle minacce, e il piccolo labirinto in cui il vecchio si era cacciato (quanto familiare, lui solo lo sapeva per antica consuetudine, e paurosa) rinchiudeva i suoi sentieri sulle sue vizze membra e non lo avrebbe più lasciato andare. Così il vecchio staccò la mano destra dalla tastiera e la mosse in una lenta ansa, mentre con la sinistra lasciava sospeso, interlocutorio un piovigginare di quinte. E poi il movimento della mano destra si richiuse sulla tastiera con una rapida sequenza di tocchi fortissimi, che riempirono la notte di suoni inequivocabili, necessari, finali. Tutto era a posto, ora. La musica lo avrebbe straziato, certo, prima o poi. Ma non quella sera. March 31 LA METAFISICA ATTRAVERSO LE CANZONETTE/2
Continua l’entusiasmante ricognizione di Calle Maipù 994 nell’enciclopedia dei testi di canzoni (con una preferenza verso gli autori snobbati dagli esperti, più che altro per evitare confronti) alla ricerca di tracce misteriosofiche.
Ah, naturalmente che queste siano in qualche modo collegate alle intenzioni degli autori non ci interessa affatto!
IL SIMBOLISMO HORIANO E SETIANO IN ALAN PARSONS
“Follow the pilgrim to the Temple of the Dawn the altar’s empty and the sacrifice is gone.”
Alan Parsons, che un amico noto come il Vecchio Rocker definisce sprezzante “il fonico di The dark side of the moon”, insieme al suo sodale Eric Woolfson, ha composto/prodotto dischi che sono una vera miniera di allusioni interessanti alle zone oscure della realtà e del mito.
Orecchiabili, facili, perfino sentimentali, i suoi pezzi hanno spesso un volto nascosto che si rivela solo nel confronto con il resto dell’album o di tutto il corpus parsoniano: per esempio, il tema ricorrente del gioco d’azzardo, sviluppato in The turn of a friendly card ma in qualche modo presente ovunque, assume la fisionomia di una meditazione sul fato, e la follia dionisiaca di (The system of) Doctor Tarr and Professor Feather si prende il primo piano nel tardo Freudiana dipingendo un mondo di immagini e significati che solo l’ebbrezza del folle sa districare con naturalezza...
Ben due album sono ispirati al mondo immaginale egizio, Pyramid e il celebre Eye in the sky: il primo è un affresco osiriano, che trae spunto dalle vivide descrizioni della Duat e del viaggio nell’oltretomba delle anime sulle orme del Dio Nero (Osiride stesso, dopo il suo smembramento rituale da parte del fratello Set) per parlare della caducità di tutte le cose e della necessità di abbandonare i propri affetti sulla soglia di nuove esperienze. |