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30 dicembre SU UN CILIEGIO INVERNALE
“Tutte le nuove gemme crescevano in verticale, cosicché tutto il giardino sembrava ergersi sulla punta dei piedi e protendersi verso l’alto, anelando al cielo.”
Dalla finestra di uno dei luoghi che, nel corso del tempo, mi sono trovato a chiamare “la mia stanza”, osservo un ciliegio.
O meglio, la promessa di un ciliegio futuro (aureolato di timidi fiori candidi e di gemme verdi e dure) e insieme il ricordo di un ciliegio passato (forte e pesante di foglie rosse, asilo degli ultimi passeri dell’autunno).
Sui rami di questo ciliegio implicito, un riflesso bianco, simile a brina notturna o a cenere, decora i rami in alto, contrastando col nero sottile del legno, con la raggiera simile a una vetrata gotica capovolta; gli uccelli dell’inverno, gazze e cornacchie dalle ali nere, rifiutano i rami flessibili del ciliegio se possono impadronirsi di quelli, più frondosi e robusti, dell’abete o del vicino alloro.
Ma io, in questo mezzogiorno invernale, mi sento simile a questo albero appena abbozzato (un disegno di bambino), di cui si può appena congetturare che sia vivo rammentando le passate stagioni o prefigurando le future: non ancora oro, non sono più piombo e il vento mi scuote e mi ferisce.
La trasmutazione che ho intrapreso anni fa è ancora in fieri, e non sempre riesco ad apprezzare le sfumature, di modo che mi sembra di essere ancora all’inizio: la Sapienza, vergine velata, mi si sottrae ancora e sempre con scherzi e giochi, e solo in certi giorni splendenti so con precisione di quali note si compone l’armonia di fondo della mia (e dell’universale) esistenza; solo in quei giorni di contemplazione, quando i numeri e le carte e le gemme del ciliegio mi si offrono alla vista disposte come i cristalli del gelo, io mi ricordo come si vola.
D’altra parte, la Vita mi tenta, non lo nego: sa invitarmi traendo un suono diverso da ogni metallo che è in me, respingermi con odiosa indifferenza o facendomi sentire la mia incompiutezza e il mio peso ingrato, illuminarmi di occasionali splendori azzurri che, come la luce delle stelle, percorrono un lungo cammino prima di investirmi, e lungo la loro traiettoria mutano.
Finisce un ciclo, ne comincia un altro, e il tempo del mito (che mi è più congeniale di quello della mia stessa vita) si torce e si aggroviglia: ancora una volta, “noi che ricordiamo” celebreremo i misteri invernali battendo su tamburi di pelle e recitando litanie e vaticini; ignaro di tanto offuscato splendore, il mondo si avvierà ancora una volta sul vecchio sentiero dell’eclittica pensando che sia una via del tutto nuova.
I falsi idoli dell’epoca tremano sotto il fuoco dei cannoni nella terra che sempre fu irrorata di sangue, gli Dèi gelosi delle nuove fedi si affrontano in battaglie vigliacche e non sorridono mai (come facevano quelli, più antichi, che “noi” serbiamo nei cuori e nelle pagine), in questo mondo in cui tutti amano la pace; altrove, in stanze asettiche illuminate da una luce fredda gli adepti della nuova magia creano mostri inutili, mentre qualche inebetito post-umano parla ancora di progresso.
La verità giace sepolta in diecimila libri che nessuno legge, mentre la lingua stessa in cui la verità fu enunciata diventa incomprensibile agli immemori viventi; privi della verità, gli uomini ripiombano nella sciamanica “assenza”: sono ancora in grado di masticare e ingoiare cibo ma se si smette di imboccarli moriranno di fame senza un lamento.
E io?
Io sono ancora indeciso fra le due vergini Sapienza e Vita, ma la mia indecisione conta poco, finché entrambe mi tengono sulla porta ad aspettare, con in mano il mio mazzetto di fiori di ciliegio.
“Ma io vorrei essere un’aquila vedere il piano del mondo che inclina verso di noi e le leggi che si inchinano lanciarmi a inseguire il tuo deserto e i saperi solenni e le porte dorate cominciare di nuovo il viaggio.” Commenti (2)Per aggiungere un commento, accedi con il tuo Windows Live ID (se utilizzi Hotmail, Messenger o Xbox LIVE possiedi già un Windows Live ID). Accedi Non hai ancora un Windows Live ID? Registrati
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