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January 22 LA MAGIA CHE NON SA FARE NIENTE
“L’uomo che sa comandare a se stesso comanda a tutta la natura.”
La magia, fra le altre cose, è un linguaggio.
Per gli “speculativi” come me, che non hanno tempo e forza sufficiente per operare con le storte degli alchimisti o per disegnare pantacula per terra e poi aspettare gli spiriti, è praticamente solo questo.
E’ accaduto, alcune volte, che, accennando a persone conosciute da breve tempo dei miei interessi verso l’esoterismo e le varie tradizioni (palesi e occulte) che esulano dal campo della cultura ordinaria, sintetizzate con la locuzione “cultura magica”, io mi trovassi a spiegare che non so evocare fantasmi né fare sortilegi e che in effetti non mi pare tanto verosimile che queste cose siano davvero, letteralmente, possibili: queste spiegazioni producono sempre una stupefatta delusione in chi le ascolta...
Eliphas Levi, uno dei massimi occultisti del XIX Secolo, durante una seduta, incontrò o credette di incontrare l’ombra di Apollonio di Tiana, il grande filosofo e mistico neoplatonico: i segreti che lo spettro gli rivelò spaventarono a tal punto il mago francese, che per gli anni a venire fece della magia un mero oggetto di studio teorico; insomma, scrisse libri (alcuni dei quali memorabili) e meditò, e basta.
Eppure, non dovrebbe la magia essere soprattutto sapere operativo?
Non dovrebbe la conoscenza delle cose profonde manifestarsi in un’eccezionale cratofania?
Non necessariamente, secondo me.
I tempi cambiano, e con essi anche la concreta possibilità degli uomini di pensare e di operare secondo certi schemi: per esempio, è passato così poco tempo dall’epoca vittoriana, ma è praticamente impossibile, per la mentalità occidentale, anche solo farsi un’immagine verosimile dei concetti di pudicizia, rispettabilità e convenienza tipici di quel periodo.
La comprensione del passato non è meno ardua della divinazione del futuro, e questo vale per gli individui come per le comunità.
Buona parte dell’opera di Ernesto De Martino, antropologo e filosofo di scuola idealista, è dedicata al problema della realtà dei poteri magici: l’allenamento sui testi di Schelling e di Hegel consentiva a questo studioso di prendere sul serio, in un senso moderno e sofisticato, il concetto magico-religioso di creazione di un mondo; libero dai lacci del positivismo (che ammantavano la maggior parte dei suoi colleghi in uno scetticismo aspro e rigido, degno dell’apostolo Tommaso), De Martino comprese che una cultura impregnata di magismo è più che una mera costruzione intellettuale, è un cosmo dotato di leggi e di realtà in cui il portento è soggettivamente possibile, e pertanto oggettivamente reale (non essendo il mondo che cade sotto i sensi altro che il risultato dell’operare fattivo e conoscitivo del soggetto).
Anche un mago contemporaneo, lo scrittore Don Webb, afferma che la magia opera sempre al rango universale: il mago vive attivamente in un Eone (cioè in un mondo dotato di senso e identificato con la divinità o l’angelo che a esso presiede), mentre il profano vi partecipa solo passivamente.
(Nessuno dei due autori sarebbe contento dell’accostamento, temo, ma tanto uno è morto e l’altro non sa l’italiano...)
Ecco: che succede quando un Eone crolla e non è sostituito da un altro (almeno, non in modo palese)?
Può la magia operativa, la cui opera è basata sull’idem sentire di una comunità e trae forza da una forma di consenso, conservare il suo potere in un universo incredulo?
Io credo di no, e mi sembra questa la ragione per cui i grandi occultisti del Novecento (da Aleister Crowley a Fulcanelli) hanno scritto libri invece di fare prodigi, e non hanno mai dato una chiara dimostrazione di potere, di quelle che invece gli stregoni analfabeti dell’Africa esibivano a sbigottiti studiosi e missionari europei fino all’inizio del secolo scorso.
A conservare un comportamento genuinamente magico sono ormai solo certe enclaves superstiziose e gli alienati.
Per esempio, Jean Piaget riporta il caso di un suo collega (uno psicologo!) “affetto” da una scaramanzia nevrotica, il quale non rivelava nemmeno a se stesso le proprie aspettative e i propri desideri, per timore che potenze ostili fossero in ascolto:
“Ho la tendenza a non prepararmi in vista di ciò che desidero, per paura che accada ciò che temo.”
Naturalmente, poiché tale atteggiamento tipicamente magico è isolato e anacronistico, la precauzione del bravo dottore è inevitabilmente considerata dai suoi conoscenti come una fissazione e perciò stesso non funziona!
(In questo momento, ciascuno dei miei lettori sta rimuovendo frettolosamente il ricordo di un’occasione in cui si è comportato esattamente alla stessa maniera, per esempio dichiarandosi impreparato o noncurante alla vigilia di un esame per il quale aveva invece studiato moltissimo.)
Eppure, come accennavo all’inizio, il pensiero magico ha ancora molto da dare: se la possibilità di operare nel mondo materiale ci è preclusa dalle condizioni storico-cosmiche (qui ci vorrebbe il solito Guénon), non lo è altresì quella di un incessante lavoro su di sé, che può essere la vera e redditizia attività del mago contemporaneo.
“Il proprio petto: ecco la nuova Tebaide”
diceva Ernst Jünger parlando della lotta coi dèmoni che attende gli uomini nell’età del nichilismo completamente esplicato e affermato.
Forse è questo il senso dell’aspirazione dei tanti che, stanchi di tanta verità scientifica propalata e subito rimangiata, inaspettatamente volgono la propria attenzione a un sapere dimenticato, ma non superfluo; e a un linguaggio che è poi quello in cui è scritta la storia del passato e quella del futuro. Comments (5)
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